Lo sviluppo femminile

17 Agosto 2011
Uno dei fattori di debolezza della nostra economia è la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ai processi di creazione di nuove imprese. È statisticamente provato che nei Paese nei quali più alta è l’occupazione femminile e più è alta è la natalità di imprese “rosa”, costantemente maggiore è anche la crescita economica complessiva. Poiché, i mercati sono oggi preoccupati principalmente della nostra mancanza di crescita, la più grande occasione per il futuro imminente è sorprendentemente semplice: sostenere la famiglia, fattore di coesione sociale, aiutando le donne italiane a conciliare impegni familiari e impegni di lavoro per diventare quel fattore di sviluppo economico del quale non possiamo più fare a meno.
E’ ragione di profonda amarezza e delusione constatare che nell’ultima manovra varata dal governo non vi è invece traccia di interventi strutturali, che mi permettono ora di suggerire, per rimediare a questo fattore di cronica debolezza della nostra economia. Delle “ricette” europee, il governo ha seguito solo quella che ci imponeva, giustamente, l’adeguamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne, ma non quella che chiedeva, ad esempio, l’introduzione in Italia degli standard europei per favorire l’accesso delle donne al lavoro e alla creazione di servizzi pubblici per conciliare tempo-famiglia e tempo-lavoro. nelle ultime manovre varate dal governo per assicurare al Paese la necessaria stabilità e sicurezza finanziaria, la famiglia e le donne sono i grandi assenti sia come fattori determinanti di equità sociale sia come fattori decisivi di crescita e sviluppo. Addirittura, alcuni interventi appaiono come una seria minaccia di ulteriori effetti di iniquità e di recessione: i nuovi tagli lineari di spesa che colpiranno inevitabilmente alcune aree di servizi alla persona e le misure straordinarie di prelievo fiscale applicate, senza distinguere tra famiglie mono o plurireddito oppure senza distinguere tra famiglie con uno o più figli a carico, provocheranno un indebolimento del ruolo delle donne nella nostra economia aumentando cosi il rischio di maggiori disuguaglianze sociali e di crescenti ritardi nell’uscire dal ciclo di bassa crescita nel quale ci troviamo.
Altri paesi, sia pure in situazioni molto diverse tra loro, hanno saputo in questi anni porre rimedio al dramma delle famiglie e delle donne come eterne prime vittime delle crisi economiche, trasformando situazioni di grave disagio sociale in importanti opportunità di sviluppo. La Germania, nel 2008, ha varato un progetto per assicurare a ogni bambino sotto i tre anni lo spazio per essere accudito in un asilo nido, trovando le risorse per dare alle madri un sostegno del reddito da utilizzare per questa fondamentale esigenza di conciliazione tra tempo-famiglia e tempo-lavoro. In Brasile il programma “Bolsa Familia” ha permesso in poco tempo a due milioni di famiglie di uscire dai livelli di povertà ed entrare nella fascia di ceto medio che maggiormanete contribuisce all’impetuoso sviluppo economico interno del Paese. Il caso di Milano, dove negli ultimi anni si è riusciti con strumenti innovativi di Welfare familiare e di incentivazione alle attività imprenditoriali a raggiungere un’occupazione femminile del 58%, vicina all’obbiettivo europero del 60%, e una crescita del 7,6% in quattro anni delle imprese guidate da donne ( 70 mila imprese sulle 340 mila oggi nel territorio milanese sono “femminili” ), può essere un’utile indicazione per le politiche economiche del nostro paese.
In questa prospettiva avanzo quattro proposte che potrebbero essere raccolte subito in sede di revisione della manovra oppure quando si discuterà a settembre la delega fiscale e previdenziale:
1) Destinare parte dei risparmio nei costi previdenziali che verrà dall’innalzamento dell’età di vecchiaia delle donne al finanziamento dello start up di imprese femminili.
2) Inserire, nelle nuove politiche del lavoro introdotte per rafforzare la contrattazione aziendale e territoriale, incentivi all’occupazione femminile.
3) Valorizzare le reti di sostegno all’imprenditoria femminile che, sull’esempio di ciò che già fanno comunità come “Donne imprenditrici” promossa da Gianna Martinengo, stanno lavorando per sviluppare forme di e-work e di utilizzo delle tecnologie per conciliare le necessità del tempo dedicato al lavoro con la cura della famiglia.
4) Adottare uno strumento già disponibile, concreto, flessibile e innovativo come il microcredito per favorire la nascita di centinaia di nuove imprese femminili.
Per quest’ultimo provedimento, penso, in particolare, a forme di microcredito che sostengono idee imprenditoriali di comunità di giovani donne come quelle di cui parla Lily Lapenna, presentando “MyBnk” con i suoi 160 progetti d’impresa che hanno già coinvolto 30 mila giovani “clienti” in tutto il mondo. L’ideatrice di questa “impresa sociale”mi suggerisce che anche in Italia si potrebbe coinvolgere molte giovani ragazze dell’università, per esempio quelle dello Iulm, dove opera Patrizia Galeazzo con la rete donnepermilano.it, per facilitare il loro ingersso nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria. E cosi via, allargando a tutto il Paese una grande “rete femminile” di lavoro e di impresa. Sono soltanto alcune proposte sulle quali sarebbe utile lavorare per ridare alle nostre donne quel ruolo attivo nel lavoro e nell’impresa di cui l’Italia ha drammaticamente bisogno per riaquistare la fiducia dei mercati, riprendendo il cammino della crescita e dello svilutto abbandonato da troppo tempo.

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