Silvio Pellico

L’infermiera entrò nella stanza, quasi di colpo, Ercole era sdraiato sul letto che stava leggendo, o meglio ci provava, visto che le parole e le pagine gli scorrevano sul muso, la sua testa era refrattaria a qualsiasi concetto; appena l’infermiera si trovò vicino al suo letto, gli disse: “Ma ancora non hai fatto niente?”, “Fatto che?”, “Qui il test”, “Che test”, allora l’infermiera quasi scocciata, ma con una voce gentile, prese la macchinetta, “Guarda cosa faccio, ti spiego una volta sola”, appoggiò la macchinetta sul letto, prese un batuffolo di cotone imbevuto di alcol e glielo passò su un dito, poi prese un piccolo ago e lo punse, con una piccola striscia che aveva preso da un barattolo, mise la goccia di sangue sulla striscia, poi la infilò nell’apparecchio e schiacciò un tasto, “Ma cosa stai facendo?”, chiese Ercole, qualche cosa cominciava a capire, “Vedi sei un tipo molto dolce, vedi quanto zucchero hai nel sangue”, “Non lo sapevo di averlo, è la prima volta che me lo dicono, ma poi scusa non è mica roba da vecchi?”, “Non è detto, in medicina niente è sicuro, si và sempre per tentativi, anche se la gente crede che sia una scienza precisa, in realtà è tutto il contrario, molte cose sono date al caso, solo se succedono, si cerca di trovare un rimedio, se si trova”, “Andiamo bene!”, l’espressione di Ercole non era certo di conforto, a questo punto non pensava ad altro che al giorno del suo rientro a casa, e qualche cosa cominciava a capire, o meglio, lentamente i suoi sospetti ancestrali cominciavano a venire a galla, ma ancora nessuno era stato chiaro e preciso, dando la sentenza definitiva, “assolto, oppure no”.
Finito la procedura, l’infermiera si intrattenne ancora qualche minuto con lui: “Hai dormito bene, questa notte, caro il mio Silvio Pellico?”, gli aveva dato questo nome dalla sua fisionomia, dagli occhiali, la barba non tagliata da qualche settimana, e i capelli al vento, anche Ercole rimaneva sorpreso da questo nome, ma non ci faceva caso, cercava di rispondere alla sua gentilezza, rispondedogli, e magari facendogli qualche battuta un’ po’ spinta, giusto per prenderla un poco in giro, visto che anche lui in fondo aveva bisogno di divertirsi un po’, in ospedale erano tutti seri, poi si rivolse ancora all’infermiera, “E tu come hai passato la nottata”, “Sai fare il turno di notte è abbastanza noioso, e non mi passa più”, “Senti ti piace leggere?”, “Si”, “Tieni leggi questo”, aprì il suo cassetto e tirò fuori una copia de “Il nome della rosa” di Umberto Eco, “Tieni leggi questo, è molto bello e l’ho già letto due volte, mi farebbe piacere se lo tieni tu”, “Non ti devi disturbare”, “Non ti preoccupare te lo regalo”, “Grazie Silvio”, “Prego”, vide uscire l’infermiera dalla porta tutta contenta, e non la rivide mai più.

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