Dall’io all’altro

Ci sono eventi e circostanze nella vita di una persona che possono condurla a profondi ripensamenti circa le proprie convinzioni e abitudini, suscitando mutamenti nel modo di essere e di agire: l’improvvisa scomparsa di una persona cara, lo sradicamento dal proprio habitat vitale, la perdita repentina dei mezzi di sussistenza, una malattia minacciosa e invalidante…Queste vicende possono provocare reazioni inattese persino ai propri occhi: ripiegamento su se stessi, isolamento dal mondo e dai rapporti sociali, fughe verso realtà esistenti solo nella propria fantasia; oppure riscoperta di modi nuovi di stare insieme, di guardare a quanto accade attorno a noi, assunzione di responsabilità con energie e lucidità insospettate. Nessuno di noi può essere certo a priori di quale sarà il proprio comportamento in tali frangenti, quali reazioni, quali risorse e prospettive si dischiuderanno a partire da quella “crisi”.
Così è anche per le collettività: una guerra, una carestia, un flusso migratorio incontenibile, la caduta di un regime, un tracollo economico, lo smarrimento di certezze considerate inimmaginabili…
Tutto questo obbliga la società civile, le istituzioni statali, gli organismi internazionali a ripensare se stessi anche e forse soprattutto in relazione agli individui che li compongono.
Si, le crisi sono, non solo letteralmente, ma anche concretamente, momenti di “svolta”, impasse dopo le quali non si è più come prima: schemi e rapporti consolidati, abitudini acquisite, tappe programmate, tutto è rimesso in discussione, a partire proprio dal comportamento quotidiano delle persone.
La stagoine socio-economica che stimo vivendo appare sempre più come una di queste “svolte” che, se non subite passivamente, possono mutarsi in opportunità uniche per ripensare se stessi e trovare vie d’uscita in alternative che mai avremmo imboccato se non forzati dagli eventi. “Il miglior modo di uscirne è di passarci in mezzo”, scriveva Robert Frost, con quella sapienza icastica che solo i poeti sanno esprimere nel racchiuso splendore di un verso. Ma allora, oggi, come passare in mezzo e uscire da una crisi che si sta rilevando ben più che semplicemente economica o finanziaria? La strada, priva di garanzie previe e indubbiamente tutt’altro che agevole, è forse solo quella che va dall’io al noi, dal pensarsi singolarmente al guardare e sentire in grande: non la megalomania, ma il suo opposto, la “magnanimità” di chi ha cuore e mente larghi, di chi sa scrutare i segni dell’aurora e li intravede proprio quando riesce a discernere l’altro. È notte, infatti, quando come ci ricorda la sapienza ebraica, “non si riescono più a discernere i lineamenti del prossimo”, così come la fine del mondo verrà, secondo un detto esicasta, quando non ci sarà più sentiero tra un uomo e il suo vicino.
Viviamo, paradossalmente, un tempo accorciato in un mondo dilatato, ogni crisi settoriale si dilata repentinamente a dimensione globale, ogni problema locale sembra schiacciarci in un’angoscia di impotenza planetaria, ogni muro di difesa si trasforma in prigione per chi lo ha eretto. Passare in mezzo a questa temperie comporta il coraggio e la lucidità per guardare dentro se stessi, per fare memoria del proprio e dell’altrui passato, per ritrovare vie di fraternità e di condivisione sciaguratamente abbandonate.
Il venir meno di istanze e persone affidabili in cui poter riporre la propria fiducia, il rarefarsi di uomini e donne pronti ad assumersi fino in fondo responsabile per sé e per gli altri, la dilagante equazione tra lo straniero e il nemico hanno inquinato l’aria che respiriamo, hanno ferito in profondità la nostra consapevolezza di appartenere a un unico colpo, quello dell’umanità in comunione con il creato. La terapia allora non può che avere di mira proprio questi sintomi e combatterli con strumenti uguali e contrari, dare fiducia e rendersi affidabili, assumersi responsabilità e chiedere conto degli impegni assunti, considerare l’altro come fratello o sorella in umanità e condividere un progetto di società nella giustizia e nella pace, rispettare la creazione come dono affidato all’uomo perché ne sia custode e ne tragga vita piena per sé, per i suoi simili e per tutte le creature.
Possiamo essere spaventati dall’enormità di questo compito, ma in realtà esso, come il comandamento del Signore, non è al di là del mare o nell’alto dei cieli, non è al di là delle nostre forze, ma è vicino a noi, nel nostro cuore. È da lì, dal nostro cuore, dal nostro agire ascoltando ciò che brucia nel cuore del nostro simile che si può invertire la rotta e imboccare un’alternativa.
Le svolte più feconde, sovente, non sono quelle brusche, come ben sa chi naviga in mare aperto, basta una minima derivazione del timone, un’impercettibile inclinazione della vela e la traiettoria muta completamente e nuovi orizzonti si spalancano di fronte agli occhi di chi sa guardare dietro a sé solo il tempo necessario per fare memoria del passato e proiettato in un futuro che, condiviso, non sarà mai più cieco.

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