Cristianesimo

La religione più diffusa nel mondo, con oltre un miliardo e 700 milioni di aderenti alle diverse confessioni.
Dottrina

Punto di partenza essenziale per la dottrina di tutte le chiese cristiane è il riferimento costante alla persona di Gesù Cristo, considerato unanimemente – pur nella diversità di accenti – il portatore di una fede nuova e rivelatrice per l’umanità intera. Il Gesù storico, tuttavia, essenzialmente rintracciabile nel Nuovo Testamento, la sezione propriamente cristiana della Bibbia, e in particolare nei Vangeli, in cui si troverebbero tramandati i tratti fondamentali della vita e della predicazione del Maestro, appare nella fede cristiana inscindibilmente associato alla realtà stessa di Dio. La predilezione divina per l’umanità si sarebbe manifestata proprio nella persona di Cristo, che assunse una natura umana: “Figlio di Dio” si proclama il Gesù dei Vangeli, che a “Dio padre” fa costante riferimento. Questa intimità di un uomo con la potenza invisibile della divinità avrebbe ricevuto la sua solenne conferma nella resurrezione e nel ritorno al cielo del Maestro subito dopo la sua morte sulla croce, una morte attraverso la quale l’umanità intera avrebbe ricevuto prova dell’amore infinito di Dio e del suo disegno di riconciliazione e di salvezza. “Dio è amore” proclameranno i cristiani, dopo aver fatto della croce l’oggetto principale della loro devozione e il simbolo supremo di questo amore del Padre, l’Onnipotente, il Signore di tutte le cose del cielo e della terra.
Egli, soltanto per manifestare il suo amore, avrebbe creato l’universo dal nulla ponendo come vertice e sigillo della sua azione creatrice l’umanità, destinata fin da principio alla salvezza e all’incontro diretto con il Padre nella persona di Cristo Gesù. In Gesù gli uomini diventano a loro volta “figli di Dio” ricevendo il battesimo “nel nome del Padre e del Figlio” e, rispecchiando la formula dei simboli di fede, “dello Spirito Santo”, strumento della presenza eterna di Dio a fianco dell’umanità e dimensione che, pur dopo molte controversie iniziali, è stata associata nella professione di fede cristiana al Padre e al Figlio nella dottrina della Trinità.
Se il battesimo, riservato originariamente agli adulti ma poi amministrato tradizionalmente agli infanti, costituisce fin dai primordi del cristianesimo la cerimonia di iniziazione alla fede, l’Eucaristia, o cena del Signore, è indubbiamente il rito principale, la cui istituzione risalirebbe a Gesù stesso sulla base delle parole “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” attribuitegli dai Vangeli. Proprio l’interpretazione di queste parole è tuttora motivo di divisione fra le confessioni cristiane: alcune di esse, come il cattolicesimo, sostengono la presenza reale del Cristo nelle specie del pane e del vino; altre, di matrice protestante, parlano generalmente di presenza simbolica. Parimenti non esiste una prospettiva univoca concernente il concetto fondamentale di “Chiesa” vocabolo di origine greca che designa l’assemblea di quanti si trovano uniti dalla fede comune in Gesù: se per la tradizione cattolica Cristo è il fondatore di una Chiesa basata sull’autorità dei successori degli apostoli, e quindi necessariamente legata a un principio gerarchico (vedi Successione apostolica), il pensiero protestante tende idealmente a concepire la comunità come libera associazione dei credenti. Se, inoltre, alle rivendicazioni storiche della Chiesa cattolica, che si pone tradizionalmente come unica Chiesa legittima legata direttamente al fondatore, fa riscontro la tendenza di alcune comunità protestanti a proclamarsi unica Chiesa pura e autentica, la situazione contemporanea conosce in misura sempre maggiore l’abbandono di una tale prospettiva esclusivistica da parte di esponenti delle diverse confessioni, nell’ambito di un movimento più ampio il cui fine ultimo è la ricerca dell’unità fra tutti i cristiani. Vedi Movimento ecumenico.
Culto, etica ed escatologia
Pur invitando i fedeli alla pratica della meditazione e della preghiera personale, ogni comunità cristiana si raduna periodicamente per celebrare il culto; la supplica comunitaria è la preghiera nota come Padre Nostro, attribuita dai Vangeli a Gesù; giorno dedicato al riposo e al culto è per i cristiani la domenica, che ha storicamente ereditato il ruolo assegnato dagli ebrei al Shabbat (il sabato). Incentrata fin dalle origini sul rito eucaristico e sulla lettura della parola di Dio, la liturgia cristiana ha assunto nei secoli forme sempre più complesse e tuttora visibili nel patrimonio rituale della Chiesa cattolica e di quelle ortodosse. Le Chiese protestanti hanno invece operato una semplificazione, nell’intento di ritornare all’essenzialità delle prime comunità.
Fondamentale per la vita dei cristiani è l’impegno di carattere etico. Inoltre, la considerazione dell’amore di Dio per l’umanità trova compimento nel comandamento supremo dell’amore fra gli uomini; esso costituisce una prescrizione generale, che non determina comunque uniformità di comportamento fra tutti i cristiani, spesso schierati su posizioni diverse, dal conservatorismo estremo a inclinazioni decisamente progressiste. È comunque d’obbligo per tutti i fedeli l’ottemperanza a valori quali la sacralità assoluta della vita umana e il dovere di lottare per la giustizia e per un mondo migliore.
A questo proposito il cristiano sa bene che la pratica dell’amore rappresenta un ideale difficile da realizzare e che la lotta per il bene deve scontrarsi con un’umanità comunque peccatrice e con un mondo che oscilla costantemente fra l’aspirazione al bene e la realtà del male; né mai è esistita nella storia umana una sorta di Età dell’Oro in cui la giustizia avrebbe trionfato. Le speranze dei cristiani sono tuttavia concentrate sulla vita eterna e sull’attesa del ritorno glorioso di Cristo, la parusia, che avrà luogo alla fine di questo mondo. Questa nozione, appartenente alla dottrina cristiana benché diversamente interpretata nei vari momenti storici, nacque con l’attesa spasmodica della fine imminente del mondo, che caratterizzò certamente il I secolo dell’era cristiana e condusse all’elaborazione di alcune dottrine. Tra queste spicca il millenarismo, spesso riemerso in alcune aree confessionali fino ai nostri giorni, nonostante il ridimensionamento costante, a livello di fede e di predicazione, della visione escatologica.
Le origini

Le informazioni in nostro possesso circa la vita e il messaggio di Gesù sono quelle contenute nei testi – in primo luogo i Vangeli – ma anche gli altri scritti del Nuovo Testamento, redatti dagli appartenenti alle prime comunità cristiane allo scopo di diffondere i contenuti della nuova religione. Proprio questo carattere dei documenti neotestamentari, concepiti in primo luogo come attestazione di fede in colui che si rivelò figlio di Dio per mezzo del prodigio straordinario della resurrezione, rende oltremodo difficile una ricostruzione precisa della vicenda storica del Cristo: gli episodi salienti di questa vicenda sarebbero stati riletti dalla comunità primitiva alla luce della fede stessa, per mezzo di procedimenti articolati e complessi che la moderna critica biblica si è sforzata di determinare.
Sede della prima comunità cristiana fu, fino alla sua distruzione a opera dell’esercito romano nel 70 d.C., la città di Gerusalemme, dove i discepoli di Cristo costituivano apparentemente una delle correnti dell’ebraismo prima che i rapporti con la religione da cui lo stesso Cristo aveva preso le mosse si facessero oltremodo complessi: i cristiani, infatti, non esitarono a vedere nella vicenda del loro Maestro il compimento delle promesse che Dio aveva fatto al popolo ebraico per mezzo dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, secondo quanto attestavano quei libri che costituivano la Bibbia ebraica e che saranno integralmente riconosciuti dalla nuova Chiesa come Antico Testamento. La comunità cristiana, dunque, si considerò l’erede privilegiata della tradizione religiosa del popolo a cui apparteneva, identificandosi con quel “resto di Israele”, che non era la totalità del popolo ebraico, destinato a rimanere fedele alle promesse del suo Dio. E questa esclusione dal compimento delle antiche promesse si concretizzò nell’atteggiamento di quegli ebrei che non solo rifiutavano il messaggio del Cristo, ma avevano inoltre approvato, se non addirittura invocato, la sua condanna a morte.
La disputa sulla persona di Gesù allontanò così sempre di più i cristiani dal resto del popolo ebraico, e il solco divenne incolmabile quando la comunità cristiana decise, soprattutto per impulso di Paolo di Tarso, di rivolgere la sua azione di proselitismo ai cosiddetti “gentili”, ovvero ai pagani; questi ultimi, non provenienti dalla radice dell’ebraismo, erano destinati a divenire la componente preponderante della Chiesa. A questo proposito non si può fare a meno di ricordare come l’avanzare del cristianesimo nel corso dei secoli condusse in qualche modo a concepire sempre più l’intero popolo ebraico come responsabile della morte del figlio di Dio e del rifiuto del suo messaggio, creando così quantomeno le premesse ideologiche per il fenomeno dell’antisemitismo.
Le già ricordate lettere di Paolo costituiscono anche il primo importante tentativo di tratteggiare un sistema teologico del cristianesimo e, insieme ad altri scritti, forniscono importanti notizie circa l’organizzazione delle prime comunità, che sembrano già amministrate da “presbiteri”, cioè gli anziani, sotto la supervisione di un vescovo. L’impegno a definire i contenuti fondamentali della fede divenne predominante nel II e III secolo, soprattutto a motivo delle controversie sorte in relazione alla persona del Cristo, la cui natura veniva definita da alcune correnti, poi dichiarate eretiche, come unicamente divina oppure unicamente umana: si giunse così ai primi concili ecumenici, fra cui quelli di Nicea nel 325 e di Calcedonia nel 451, che formularono ufficialmente la dottrina della Trinità e della doppia natura, insieme umana e divina, di Gesù, elaborando quello che per secoli sarà il linguaggio filosofico della teologia cristiana. Questo linguaggio ispirerà le opere, redatte in greco e in latino, di un grande pensatore come sant’Agostino.
Per quanto riguarda invece i suoi rapporti con le autorità politiche, il cristianesimo, dapprima riconosciuto come setta ebraica nell’ambito dell’impero romano, incontrò ben presto (già prima della morte di Nerone nel 68 d.C.) l’ostilità degli imperatori. Essi erano particolarmente preoccupati del rifiuto da parte dei cristiani, adoratori di quello che consideravano loro unico Signore, del culto tributato alla figura imperiale stessa: si verificarono così periodi di persecuzione più o meno violenta e numerosi cristiani dovettero affrontare la morte pur di non rinnegare le loro convinzioni, andando a costituire la schiera, da sempre oggetto di venerazione della Chiesa, dei testimoni (in greco “martiri”) supremi della fede (vedi Martirio). Il fallimento sostanziale del tentativo, condotto in particolare da alcuni imperatori come Diocleziano, di sradicare il cristianesimo attraverso la persecuzione sistematica, portò di fatto a una sua diffusione ancor più massiccia, come già aveva visto lo scrittore nordafricano Tertulliano, autore della celebre definizione secondo la quale il sangue dei martiri sarebbe stato seme per la Chiesa: si arrivò così all’accettazione della nuova fede da parte delle autorità e alla promulgazione del decreto dell’imperatore Costantino.
Nell’anno 313 il cristianesimo risultava ufficialmente una fra le religioni dell’impero romano, fatto che determinò una sempre maggiore contiguità al potere politico e preparò la strada al successivo editto dell’imperatore Teodosio, con il quale quella predicata dai cristiani divenne unica religione accettata dall’impero. Se la Chiesa ottenne in tal modo indubbi privilegi, divenendo effettivamente anche una forza politica, rimase vivo in molti fedeli il desiderio di un ritorno alla purezza della vita religiosa delle origini; questa propensione assunse indubbiamente un ruolo di rilievo nella diffusione della pratica del monachesimo, nata nel deserto egiziano, luogo in cui molti cristiani vissero l’esperienza di una vita isolata nella preghiera e nella mortificazione. La pratica dell’ascetismo monastico si diffuse nelle altre regioni orientali dell’impero romano, prima di approdare in Occidente: proprio i monaci saranno in Europa i principali protagonisti dell’evangelizzazione di numerosi popoli celtici e germanici e notevole sarà anche la loro attività di trasmissione della cultura antica.
Il cristianesimo orientale

Fra le iniziative di Costantino non è certo da trascurare il trasferimento, nel 330, della capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, da lui ribattezzata Costantinopoli: se il cristianesimo orientale si caratterizzò immediatamente per la tendenza a mantenersi indipendente dalla sede di Roma, alla quale le Chiese d’Occidente riconoscevano ormai più o meno ufficialmente una posizione di primato, appare evidente anche la sua propensione a sottomettersi al volere degli imperatori, secondo la logica che passerà alla storia come “cesaropapismo” e che trova la sua attestazione simbolica nella dedicazione, nel 538, della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli da parte dell’imperatore Giustiniano. Buona parte dei territori orientali dell’impero che avevano visto la diffusione del cristianesimo finirono, fra il VII e l’VIII secolo, sotto il dominio dell’Islam; Costantinopoli rimase l’ultimo baluardo della fede cristiana in Oriente fino al 1453, anno in cui cadde nelle mani dei turchi.
L’evoluzione autonoma della Chiesa di Costantinopoli e il suo progressivo allontanamento dalla comunione con la sede romana ebbero come sbocco finale lo scisma del 1054, con la reciproca scomunica fra i delegati papali e il patriarca orientale e la nascita di quelle Chiese che si diffonderanno in Oriente con il nome di ortodosse; fallito ogni tentativo di riconciliazione, Costantinopoli venne addirittura saccheggiata nel 1204 da parte dell’esercito dei crociati, partiti dall’Europa apparentemente con l’intento di liberare i luoghi santi della Palestina dal dominio islamico. Motivo di controversia fra Roma e Costantinopoli fu anche la cristianizzazione dei popoli slavi, alcuni dei quali – polacchi, moravi, cechi, slovacchi, croati e sloveni – entrarono nell’orbita del cristianesimo occidentale e sono ancora oggi in maggioranza cattolici. I russi invece, fin dall’epoca della conversione al cristianesimo del principato di Kiev, ereditarono la visione culturale e religiosa di Costantinopoli, entrando a far parte della Chiesa ortodossa insieme ai popoli balcanici – serbi, bosniaci, macedoni, bulgari, rumeni e albanesi – e ai greci, anche se molti di essi, successivamente, si sono visti imporre l’islamismo in seguito alle invasioni dei turchi ottomani.
Il cristianesimo occidentale
Con il trasferimento della capitale dell’impero romano a Costantinopoli, la figura del vescovo di Roma acquisì in misura sempre maggiore quel ruolo prestigioso attribuitogli in Europa occidentale, poiché era il capo della Chiesa che aveva conosciuto la predicazione di san Pietro e di san Paolo; questo privilegio sarebbe stato definito “primato” del papa, caposaldo della tradizione del cattolicesimo, e si sarebbe arricchito di connotazioni politiche dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, avvenuta nell’anno 476 sotto la spinta delle cosiddette “invasioni barbariche”: fu proprio l’attività missionaria che faceva capo alla sede romana a rendere possibile l’incontro dei popoli germanici con il cristianesimo, spesso a seguito della conversione di un sovrano, come nel caso del re dei franchi Clodoveo.
Nell’anno 800 il papa Leone III poté incoronare Carlo Magno imperatore di un impero definito “romano” e “sacro”. La lingua latina divenne così il veicolo fondamentale della trasmissione del messaggio cristiano e nel contempo della cultura antica: tutti i popoli d’Europa entrarono nel corso dell’Alto Medioevo nella sfera di influenza della Chiesa di Roma, che intorno all’anno Mille aveva già elaborato la sua caratteristica struttura organizzativa, imperniata sulla figura dei vescovi e degli abati dei monasteri.
L’edificio dell’impero cristiano, che si reggeva sull’equilibrio – codificato anche a livello dottrinale – fra il potere politico dell’imperatore e l’autorità spirituale del papa, corse il rischio di crollare con il sorgere, nel 1075, di una controversia, nota come lotta per le investiture, fra il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV: il sovrano, infatti, rivendicava il diritto, fino ad allora riservato al papa, di nominare, con la cerimonia dell’investitura appunto, i vescovi. Una tale presa di posizione diviene comprensibile se si pensa al ruolo che i dignitari ecclesiastici avevano assunto nell’ambito del sistema feudale, amministrando direttamente vaste proprietà terriere ed equiparandosi così alla nobiltà locale, sulla quale l’imperatore desiderava esercitare la sua autorità. Enrico IV finì comunque col sottomettersi, nel 1077, all’autorità del papa e il dissidio fu formalmente ricomposto, anche se sarebbe riaffiorato a più riprese nei decenni successivi, ad esempio in occasione della scomunica comminata dal papa Innocenzo III nel 1209 al re Giovanni d’Inghilterra per ottenere la sua sottomissione. Alla collaborazione fra papato e impero si deve anche il progetto di una spedizione militare volta a riconquistare al dominio cristiano i luoghi santi di Palestina caduti nelle mani dei musulmani: le crociate, intraprese a partire dal 1095, portarono anche alla fondazione di un regno latino di Gerusalemme, destinato tuttavia a crollare nel giro di un secolo e a costituire, insieme alla quarta crociata (1202-1204), uno dei momenti di un’impresa complessivamente fallimentare.
I secoli del Basso Medioevo furono caratterizzati anche da un’eccezionale fioritura in campo speculativo e dall’elaborazione di sistemi teologici estremamente dotti e raffinati, che beneficiarono, a livello lessicale e concettuale, della disponibilità in Occidente, attraverso traduzioni latine eseguite su versioni arabe, delle opere di Aristotele: san Tommaso d’Aquino cercò così, attraverso un’opera poderosa, di rendere il percorso della ragione umana compatibile con i dati della rivelazione biblica in vista del fine ultimo del riconoscimento dell’esistenza di Dio; per capacità logiche e sintetiche si distinsero anche personalità quali Anselmo d’Aosta, Abelardo e Bonaventura.
Le nuove potenzialità acquisite in campo teologico e dottrinale, tuttavia, non risparmiarono alla Chiesa cattolica un periodo veramente buio, culminato con il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone fra il 1309 e il 1377, a cui fece seguito il cosiddetto scisma d’Occidente, o Grande Scisma, l’epoca in cui la Chiesa conobbe, fino al 1417, la presenza di due – e talora anche tre – dignitari che rivendicavano contemporaneamente il diritto a essere riconosciuti come papi.
Riforma e Controriforma

Per quanto la Chiesa occidentale avesse conosciuto in diverse occasioni movimenti che si proponevano una riforma morale dell’istituzione ecclesiastica, nulla lasciava presagire l’esplodere del fenomeno che portò, nel XVI secolo, alla nascita delle Chiese protestanti separate dalla sede romana: la scomunica comminata da papa Leone X al monaco Martin Lutero convinse questo riformatore a costituire una comunità religiosa autonoma, che si organizzò sulla base di una visione teologica ed etica originale e poté diffondersi in Germania grazie al sostegno dei prìncipi locali, procedendo così di pari passo con l’emergere di un sentimento nazionale.
Sulla strada di Lutero si incamminarono altri riformatori come Calvino e Zwingli, fondatori di Chiese che fioriranno fino ai nostri giorni, a differenza di altre comunità religiose sorte in quel periodo, come quella degli ugonotti francesi, che si videro prima riconoscere (con l’editto di Nantes del 1598) e poi revocare (nel 1685) i propri diritti, e quella degli anabattisti.
La necessità di limitare la diffusione del protestantesimo, riconoscendo comunque alcune istanze riformatrici che pur continuavano a farsi sentire al suo interno, spinse la gerarchia cattolica a impegnarsi, con i lavori del concilio di Trento (1545-1563), nell’elaborazione di un piano di riorganizzazione a livello legislativo, liturgico e pastorale, che costituirà il motivo ispiratore dell’azione del cattolicesimo nell’epoca immediatamente successiva, caratterizzata dalla cosiddetta controriforma e dall’attività del nuovo ordine religioso dei gesuiti.
In Inghilterra la controversia formale del re Enrico VIII con la sede romana costituì il momento culminante della lunga vicenda dei rapporti fra potere ecclesiastico e potere politico, ed ebbe come conseguenza la nascita dell’anglicanesimo, con una Chiesa che rimaneva idealmente cattolica nella sua visione teologica, pur nel distacco dalla comunione con il papa e nell’assorbimento, via via sempre più marcato, di alcuni elementi tipici del protestantesimo. Le istanze di rinnovamento, emerse ben presto anche all’interno della Chiesa di Inghilterra, trovarono espressione nel fenomeno del puritanesimo, i cui ideali di rigore etico ebbero numerosi sostenitori soprattutto in America, dove si fecero sentire anche le conseguenze dell’attività dei predicatori ispirati dal pietismo, un’altra delle correnti riformatrici sorte nell’ambito del protestantesimo europeo.
L’età moderna

In termini di estrema sintesi la storia del cristianesimo dal XVII secolo in poi può essere identificata con l’evoluzione dei rapporti delle diverse Chiese con quei movimenti concepiti inizialmente come alternativi alla stessa visione religiosa della vita: se la controversia con la scienza ebbe i suoi momenti significativi con la condanna di Galileo Galilei a opera dell’Inquisizione cattolica e con la resistenza, condotta soprattutto in ambito protestante, alla teoria dell’evoluzionismo, ritenuta incompatibile con la dottrina biblica della creazione, entrambe le confessioni, unite in un primo momento nella condanna della prospettiva razionalistica dell’illuminismo, dovettero accettare, seppure con tempi e atteggiamenti diversi, i risultati della critica biblica. Esse dovettero così rimettere in discussione con criteri scientifici il contenuto dei testi sacri e le origini stesse del cristianesimo.
Le Chiese cristiane hanno dovuto pure affrontare in una nuova prospettiva il problema del rapporto con la dimensione politica, accettando in diversa misura il principio della separazione fra Chiesa e Stato e il riconoscimento dei diritti delle minoranze religiose presenti nei diversi paesi. Se il carattere anticristiano dell’ideologia marxista è stato ribadito con forza a più riprese dalle diverse confessioni, spesso perseguitate nei paesi dove hanno preso il potere i regimi comunisti, l’appello alla giustizia sociale è divenuto indubbiamente parte integrante dell’azione dei diversi gruppi cristiani, nonostante il dissidio, talora piuttosto netto, fra le posizioni estremamente conservatrici degli uni e le istanze progressiste degli altri.
Fenomeno senza dubbio rilevante è lo sviluppo del movimento ecumenico, che ha avviato efficacemente il dialogo fra le diverse confessioni, ponendosi il fine ideale di raggiungere concretamente l’unità dei cristiani, secondo una prospettiva che anche la Chiesa cattolica, superando le iniziali tendenze esclusivistiche, ha fatto propria con il concilio Vaticano II, vero momento di svolta per il cattolicesimo contemporaneo. Un cenno merita sicuramente l’attività delle missioni che, condotte sia dai cattolici sia dai protestanti, hanno portato, fin dal XVI secolo, ma soprattutto negli ultimi due secoli, alla diffusione del cristianesimo in tutto il mondo.

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