2:L’altra faccia della medaglia

“Rifiuto della malattia”
E’ la fase d’esordio. L’individuo avverte che la malattia gli provoca degli effettivi disagi ed una condizione di vita purtroppo diversa.
La reazione è di un tale rifiuto, come se nulla fosse cambiato o fosse accaduto. Si sforza di comportarsi nell’assoluta normalità, negando e nascondendo la patologia stessa o spesso compiendo azioni che cerchino di mostrare agli altri uno stato di salute perfetto.
La paura dell’irreversibilità di questa situazione lo porta ad agire in modo singolare, spesso peregrinando di medico in medico, di specialista in specialista, sino ad arrivare a qualsiasi sperimentazione su se stesso, all’utilizzo di medicine alternative, alla consultazione di maghi ed apprendisti stregoni, alla ricerca insomma della pozione magica che lo riporti miracolosamente alla normalità.
A volte invece il rifiuto si trasforma in rifiuto della terapia, con le dovute conseguenze del caso.
Questa fase può avere una durata variabile, generalmente più accentuata quanto più l’individuo è giovane.
Nel caso appunto di individui molto giovani, può succedere che le medesime situazioni comportamentali vengono assorbite totalmente anche dai genitori, creando uno scenario familiare molto complesso.
Più tardi possono entrare in gioco anche i parenti e conoscenti che consigliano in questo o quel medico il potenziale guaritore di quel male spesso sconosciuto anche a loro stessi.
In questo momento, più che uno psicologo serve una figura che abbia subito un’analoga esperienza (nella fatispecie l’associazione) e che sappia condividere gli stessi problemi.
Generalmente il contatto avviene attraverso un familiare. In caso contrario è invece il paziente che sceglie canali non convenzionali come la posta elettronica, evitando accuratamente qualsiasi contatto diretto o telefonico che potrebbe far trasparire le debolezze del momento o sentirsi coinvolto in un ambiente a cui sente ancora di non appartenere.

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