Usare un linguaggio preciso

Una impresa, un partito, una istituzione, perfino una famiglia, per funzionare bene, devono avere un linguaggio comune. Il linguaggio incorpora i valori, i fini, il modo di porre i problemi e di risolverli. Il linguaggio caratterizza la nazione, il gruppo etnico, a volte l’impresa.
Ne deriva che se uno vuole studiare come funziona una organizzazione ha un metodo relativamente semplice e sicuro: vada in giro, parli con la gente che vi lavora, a tutti i livelli, i portieri, gli agenti di vendita, gli impiegati, le segretarie, gli operai, i membri dell’alta direzione. Li faccia parlare degli stessi argomenti, dell’impresa, dei capi, del futuro. Ascolti ciò che dicono, e stia attento non solo alle parole, ma anche al tono della voce, ai gesti, all’abbigliamento. Li ascolti quando chiacchierano fra loro e, poi, quando parlano in pubblico in modo ufficiale.
Se l’organizzazione funziona, troverà una impressionante comunanza di linguaggio fra i diversi livelli.
Nelle organizzazioni male integrate, invece, il linguaggio usato in privato e quello usato in pubblico sono completamente diversi. E quando le cose peggiorano, il linguaggio spontaneo, dissenziente, casuale, prolifera, invade tutti gli spazi, respinge ai margini quello formale. È come se ci fossero cento dialetti, una babele di lingue.
Invece, nell’azienda forte ed efficiente, l’individuo, anche quando è solo, continua a parlare il linguaggio dell’istituzione. Perché fa parte di lui stesso, della sua identità, della sua dignità.
Quando il linguaggio informale, dissenziente, ostile arriva nell’altra direzione, vuol dire che sono in atto fratture, conflitti che possono anche diventare mortali.
Ascoltandolo, puoi capire che sei di fronte ad una rivolta e che l’organizzazione è vicina allo sfaldamento.
Anche nelle famiglie accade la stessa cosa. Quando i figli, stanno soli o con gli amici, usano un linguaggio che non ha nessun rapporto con quello che usano con i genitori, vuol dire che non c’è più comunicazione.
In realtà, per capire veramente chi è una persona, dovremmo vederla in pubblico, in privato, con i diversi tipi di amici, con il marito, la moglie, l’amante. Vi accorgereste che solo pochissime persone, dotate di grande onestà morale e intellettuale, conserveranno, nelle linee essenziali, lo stesso linguaggio. Altri invece, gentilissimi, forbidi e innappuntabili con voi o in pubblico, appena voltano l’angolo diventano violenti, volgari, usano parolacce, insulti, minacce. Ed è questa, non la prima, la loro vera natura.
Io credo, perciò, che il capo e l’intero gruppo dirigente, debba essere estremamente rigoroso nel linguaggio che usa, e pretendre lo stesso rigore da tutti.
È un modo per imporsi un’etica, una disciplina mentale e spirituale e trasferirla, con l’esempio, all’intera organizzazione.

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