Bibbia

Detta anche Sacra Bibbia (greco, byblos, “libro”), il libro sacro dell’ebraismo e del cristianesimo. La Bibbia dell’ebraismo e quella del cristianesimo presentano importanti differenze. La Bibbia ebraica, testo sacro degli ebrei, è composta da 39 libri originariamente scritti in ebraico, fatte salve alcune sezioni in aramaico. La Bibbia cristiana è suddivisa in due parti: l’Antico Testamento e i 27 libri del Nuovo Testamento. La versione dell’Antico Testamento usata dai cattolici è identica alla Bibbia dell’ebraismo, ma comprende sette libri in più e alcuni libri aggiuntivi (vedi tavola di accompagnamento); la versione dell’Antico Testamento usata dai protestanti si limita ai 39 libri della Bibbia ebraica. Gli altri libri e le inserzioni sono denominati apocrifi dai protestanti e libri deuterocanonici dai cattolici. A partire dal Medioevo i libri della Bibbia furono considerati un insieme unitario.

Ordine dei libri

L’ordine e il numero dei libri differisce nelle versioni ebraica, protestante e cattolica della Bibbia. Quella ebraica si suddivide in tre parti: Torah, o Legge, detta anche libri di Mosè; Nabiim, o Profeti, divisa in Primi e Ultimi Profeti; Ketubim, o Scritture, che comprende tra gli altri i Salmi e i libri sapienziali.

L’Antico Testamento cristiano suddivide i libri secondo l’argomento: il Pentateuco, che corrisponde alla Torah; i libri storici; i libri poetici o sapienziali; i libri profetici. In questo indice taluni individuano una sensibilità alla prospettiva storica dei libri: primi nell’ordine sono quelli relativi al passato, poi al presente e infine al futuro. La versione cattolica e quella protestante dell’Antico Testamento collocano i libri nella medesima sequenza, ma la versione protestante accoglie soltanto i libri che si trovano nella Bibbia ebraica.

Il Nuovo Testamento comprende: i quattro Vangeli; gli Atti degli Apostoli; le lettere di Paolo e di altri scrittori; l’Apocalisse, o libro della Rivelazione.

Uso

La Bibbia è un testo religioso, sacro per ebrei e cristiani. Viene letta durante tutte le funzioni religiose e i suoi versetti sono all’origine di ogni predica liturgica; è anche utilizzata per lo studio e le pratiche devote private. Il suo linguaggio ha ispirato le preghiere, la liturgia e l’innodia ebraica e cristiana.

Ispirazione biblica

Il cristianesimo delle origini ereditò dall’ebraismo l’autorevolezza delle Scritture, senza mai porla in discussione. Anche se inizialmente non venne proposta alcuna dottrina formale riguardante l’ispirazione delle Scritture i cristiani in generale ritenevano che la Bibbia fosse depositaria della parola di Dio, comunicata dal suo Spirito, prima attraverso i patriarchi e i profeti, poi attraverso gli apostoli (vedi Apocalisse). Non a caso gli autori dei libri del Nuovo Testamento si appellavano all’autorità delle Scritture ebraiche per sostenere le proprie affermazioni su Gesù. Nel corso del XIX secolo, come risposta alla nascita della critica biblica che spesso pareva mettere in dubbio l’origine divina delle scritture, si affermò una dottrina che riteneva la Bibbia ispirata dallo Spirito Santo e pertanto infallibile. Per spiegare tale dottrina, studiosi e teologi biblici hanno elaborato diverse teorie che variano da una dettatura verbale diretta e divina, a un’illuminazione dello scrittore ispirato alla comprensione della verità da lui espressa, che si tratti di una verità rivelata o appresa dall’esperienza.

Importanza e influenza

 

L’importanza e l’influenza della Bibbia tra cristiani ed ebrei può essere spiegata in termini di influenza della tradizione, degli usi e delle credenze: i gruppi religiosi ritengono di essere guidati dalla Bibbia. In un certo senso è la comunità religiosa la vera autrice delle Scritture, avendole sviluppate, serbate, utilizzate e infine canonizzate nei libri biblici ufficiali. L’antico Israele e la Chiesa delle origini conoscevano molti altri libri non contenuti nella Bibbia, ma i libri biblici vennero custoditi e utilizzati per ciò che comunicavano e per come lo comunicavano, e vennero canonizzati per via dell’utilizzo e dell’attendibilità raggiunti. La Bibbia è il libro più diffuso nella storia dell’umanità ed ha esercitato un’enorme influenza non soltanto per quanto riguarda la sacralità che le viene attribuita, ma anche per la sua ricchissima testimonianza culturale. In particolare, la letteratura, l’arte e la musica della cultura occidentale sono fortemente debitrici, nei loro temi, ai motivi e alle immagini bibliche. Le traduzioni moderne della Bibbia, come la traduzione tedesca di Martin Lutero (completata nel 1534), non solo hanno influenzato la letteratura, ma hanno anche plasmato l’evoluzione della lingua. Simili effetti continuano a essere avvertiti nelle nazioni di recente formazione, dove le traduzioni della Bibbia nell’idioma locale concorrono a plasmare le tradizioni linguistiche.

L’Antico Testamento

Il cristianesimo include nell’indice del proprio testo sacro tutte le scritture di un’altra religione, l’ebraismo. Questo fatto può stupire, ma non se si considera quanto segue: il termine “Antico Testamento” (dalla parola latina che significa anche “alleanza”) fu applicato a quelle scritture sulla base degli scritti di san Paolo e di altri antichi cristiani che distinguevano tra l'”Antica Alleanza”, stipulata tra Dio e Israele, e la “Nuova Alleanza”, istituita mediante Gesù Cristo. Siccome la Chiesa delle origini credeva nella continuità della storia e dell’attività divina, incluse nella Bibbia cristiana i documenti scritti sia dell’Antica che della Nuova Alleanza.

La letteratura dell’Antico Testamento

Da un punto di vista letterario, l’Antico Testamento è un’antologia di libri diversi, disomogenea quanto a paternità, date di composizione o genere letterario. In senso lato, i libri dell’Antico Testamento e le sezioni sono identificabili come narrazioni, opere poetiche, opere profetiche, leggi o apocalissi, generi propri della letteratura e della tradizione orale che non si trovano solo nell’Antico Testamento, ma in tutta la letteratura antica, soprattutto in quella mediorientale. Va notato però che altre categorie, quali l’autobiografia, il teatro o la satira, non hanno trovato cittadinanza nell’Antico Testamento.

Narrazioni

Quanto a forma e contenuto, parecchi libri dell’Antico Testamento sono narrazioni, raccontano cioè eventi del passato. Come i racconti, hanno un intreccio, la caratterizzazione dei partecipanti e la descrizione dell’ambiente in cui si svolgono gli avvenimenti. Le narrazioni storiche dell’Antico Testamento sono opere popolari e non critiche, perché lo scrittore tende ad avvalersi di una tradizione orale, spesso inaffidabile, per scrivere il proprio racconto. Inoltre, le narrazioni furono scritte con un intento religioso e possono essere definite “storie di salvezza”, poiché intendono mostrare il coinvolgimento di Dio negli eventi umani.

Opere poetiche

I libri poetici – sapienziali o di culto – dell’Antico Testamento sono i Salmi, Giobbe, i Proverbi, l’Ecclesiaste e il Cantico dei Cantici; i libri deuterocanonici e gli apocrifi sono il Siracide e la Preghiera di Manasse.

Caratteristiche generali

La poesia ebraica presenta due caratteristiche principali. La prima, più facile da individuare, è il parallelismo dei versi o di altre parti. Il significato di un verso, ad esempio, può essere riaffermato da un secondo verso, come nei Salmi 6:1: “O Signore non punirmi nel tuo sdegno non castigarmi nel tuo furore”. Il secondo verso può anche illustrare l’aspetto negativo dell’argomento del primo, come nei Proverbi 15:1: “Una risposta gentile calma la collera una parola pungente eccita l’ira”. In altri casi, il secondo verso può ampliare o spiegare il significato del primo. L’altra caratteristica principale della poesia ebraica è il ritmo, che pare si conformasse sul numero degli accenti presenti in ogni verso. Uno dei metri più facilmente riconoscibili è quello del qina, o canto funebre, in cui il primo verso ha tre battute o sillabe accentate e il secondo due.

Poesia lirica

La letteratura cultuale di Israele era poesia lirica, doveva cioè essere cantata. Quasi tutti i canti sono raccolti nel libro dei Salmi. Molti sono inni, canti che celebrano Dio, il suo operato a favore di Israele o la creazione; altri sono lamenti collettivi, cioè suppliche cantate dal popolo oppresso da una calamità collettiva. Circa un terzo dei Salmi sono lamenti individuali. Quando alla nazione o al singolo vengono risparmiate pene, si intonano canti di ringraziamento. Alcuni Salmi, infine, celebrano l’incoronazione del re d’Israele come un particolare servo di Dio.

Poesia sapienziale

La poesia sapienziale comprende raccolte di detti sapienziali e di brevi poesie, come il libro dei Proverbi, e lunghe composizioni letterarie, come il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste e il Siracide. Le composizioni più brevi sono i proverbi, i detti e gli ammonimenti, di solito non più lunghi di due righe. L’argomento è vario: si va da consigli pratici per vivere un’esistenza conforme alla morale e foriera di successo, a riflessioni sul rapporto tra il percorso rappresentato dalla via della sapienza e l’obbedienza alla legge rivelata da Dio. Giobbe si tormenta sul problema della sofferenza del giusto e l’Ecclesiaste medita tristemente sul significato della vita rispetto alla morte.

Legge

 

Nelle Scritture ebraiche il materiale giuridico è così copioso che gli ebrei attribuirono il termine Torah (Legge) ai primi cinque libri della Bibbia. La legge ha una posizione preponderante nei libri: Esodo, Levitico e Numeri. Il traduttore greco della Bibbia denominò il V libro Deuteronomio (Seconda legge) perché, anche se riporta essenzialmente le ultime parole e azioni di Mosè, registra tuttavia numerose leggi, spesso inserite nell’interpretazione o nella preghiera. Gli studiosi hanno identificato nel diritto ebraico due filoni principali, l’apodittica e la casuistica. Il diritto apodittico è rappresentato dai Dieci Comandamenti. Le leggi sono affermazioni inequivocabili della volontà di Dio riguardo al comportamento umano e sono compendiate in prescrizioni (positive) o divieti (negative). Le leggi casuistiche vengono invece formulate in due parti: la prima pone una condizione (“Quando un uomo ruba un bue o un montone e poi lo scanna o lo vende…”), la seconda descrive le conseguenze legali (“…darà come indennizzo cinque capi di grosso bestiame per un bue e quattro capi di bestiame minuto per una pecora.”, Esodo 22:1). Sono generalmente relative a problemi connessi all’agricoltura o alla vita urbana. Quanto a forma e contenuto, le leggi casuistiche somigliano a quelle del Codice di Hammurabi e di altri antichi codici mediorientali.

Scritti apocalittici

L’apocalisse come genere a sé nacque in Israele nel periodo successivo all’esilio, cioè dopo la cattività babilonese degli ebrei (597-538 a.C.). Un'”apocalisse” (dal greco, “rivelazione”) svela eventi futuri riferendo dettagliatamente sogni o visioni, avvalendosi di immagini intensamente simboliche e talora bizzarre, che vengono a loro volta spiegate e interpretate. Negli scritti apocalittici generalmente l’epoca contemporanea all’autore è considerata come un periodo in cui i poteri del male si riuniscono per la lotta finale contro Dio, alla quale seguirà una nuova era. Daniele è l’unico vero libro apocalittico nelle Scritture ebraiche; la prima metà (capp. 1-6) è una vera e propria serie di racconti leggendari. Negli ultimi due secoli a.C. e nel primo d.C., l’ebraismo produsse numerose altre opere apocalittiche che non vennero mai considerate canoniche, tra le quali Enoc, la guerra tra i figli della Luce e i figli delle Tenebre e l’apocalisse di Mosè (vedi Pseudoepigrafici).

Lo sviluppo dell’Antico Testamento

Nati in periodi e luoghi diversi, tutti i libri dell’Antico Testamento presuppongono una lunga storia di trasmissione ed elaborazione avvenuta prima della loro raccolta e canonizzazione. Ebrei e cristiani hanno opinioni diverse riguardo alla paternità e alla data di composizione dei libri e, poiché molti dati storici sono ignoti, le conclusioni al riguardo vengono continuamente riviste alla luce di nuovi metodi e scoperte. In linea di massima, molti libri biblici sottendono la tradizione orale. La maggior parte dei racconti della Genesi, ad esempio, circolava oralmente prima di acquistare una veste scritta; i discorsi profetici nacquero in forma orale; praticamente tutti i Salmi, nati in forma scritta o orale, furono composti per essere cantati ad alta voce durante le funzioni religiose. Non è esatto, però, dire che la trasmissione orale precorse la letteratura scritta per essere poi soppiantata dai libri; la tradizione orale, anzi, è esistita per secoli a fianco del materiale scritto.

Il Pentateuco

Secondo la tradizione ebraica e cristiana, l’autore del Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia, era Mosè. L’attribuzione sembra originata in parte dal fatto che gli ebrei li definissero i libri “di” Mosè; questo però significava “relativi a” Mosè, come dimostra il fatto che il Deuteronomio, l’ultimo dei cinque libri, narra della sua morte. In realtà i libri sono anonimi. Confrontandoli, gli studiosi moderni hanno concluso che i differenti autori del Pentateuco attinsero a fonti diverse, ciascuna attribuibile a scrittori e periodi distinti.

Le fonti differiscono nel vocabolario, nello stile letterario e nella prospettiva teologica. La più antica è quella jahvista (J, dall’uso del nome divino Jahve, il moderno Jehovah o Geova), che si fa risalire al X o IX secolo a.C.; segue quella eloista (E, dall’uso generale del nome Eloim per indicare Dio), intorno all’VIII secolo a.C.; quella del Deuteronomio (D, limitata al libro e a pochi altri brani), risale alla fine del VII secolo a.C.; quella del Codice Sacerdotale (P, dal tedesco Priesterkodex, per l’importanza attribuita alle leggi del culto e alle occupazioni sacerdotali) risale al VI o V secolo a.C. Chi stilò questi si limitò a raccogliere, organizzare e interpretare le antiche tradizioni orali e scritte. Perlopiù, dunque, i contenuti delle fonti sono molto più antichi delle fonti stesse. Alcuni degli elementi scritti più antichi sono parte di opere poetiche, come il Cantico del Mare (Esodo 15), mentre parte del materiale giuridico deriva da antichi codici.

La storia deuteronomica

Si è ormai riconosciuto che i libri Deuteronomio, Giosuè, Giudici, il primo e il secondo libro di Samuele e il primo e il secondo libro dei Re costituiscono un racconto unico della storia di Israele dai tempi di Mosè (XIII secolo a.C.). Il racconto è denominato “storia deuteronomica” perché, per quanto concerne lo stile letterario e la prospettiva teologica, è totalmente simile al Deuteronomio. Sulla base degli ultimi eventi riportati, si pensa che esso fu scritto intorno al 560 a.C., durante l’esilio.

L’autore (o gli autori) opera in parte come uno storico, cioè raccogliendo e strutturando le fonti, sia scritte che orali, e utilizzando materiali di varia provenienza, e in parte come teologo: secondo lui Israele era caduta nelle mani dei babilonesi perché aveva disobbedito alla legge di Mosè.

I libri poetici

È difficile datare o stabilire la paternità della poesia cultuale e sapienziale dell’Antico Testamento, soprattutto perché contiene scarsissime indicazioni storiche. Secondo la tradizione, l’autore dei Salmi sarebbe Davide, ma l’attribuzione si è fondata sulle glosse aggiunte in epoca successiva alla composizione. L’attribuzione dei proverbi a Salomone è da ricondurre alla tradizione della sua grande saggezza. La poesia sapienziale contiene alcuni dei materiali più antichi delle Scritture ebraiche nei detti e alcuni di quelli più recenti in composizioni quali l’Ecclesiaste e il Siracide.

I libri profetici

Forse nessuno dei libri profetici è interamente attribuibile a chi con il suo nome gli dà il titolo; inoltre, in molti casi persino le parole originali del profeta furono riferite da altri: ne è un esempio, la storia di Baruc, lo scriba di Geremia (Geremia 36 e Isaia 8:16), che riferì nel libro che porta il suo nome le parole del suo maestro. Quando, ad esempio, il libro di Amos (755 a.C. ca.) fu utilizzato nel periodo dell’esilio, venne corredato di un nuovo finale che prometteva migliori destini (Amos 9:8-15).

Il canone

La Bibbia ebraica e la versione cristiana dell’Antico Testamento furono canonizzate in epoche e luoghi differenti, ma lo sviluppo del canone cristiano ha sempre come riferimento la Scrittura ebraica.

Il canone ebraico

La Bibbia ebraica divenne testo sacro in tre fasi che corrispondono alle tre sezioni del canone ebraico: Legge, Profeti e Scritture. Esistono prove evidenti del fatto che che la Torah (Legge) divenne testo sacro tra la fine dell’esilio babilonese (538 a.C.) e la separazione dei samaritani dall’ebraismo, probabilmente intorno al 300 a.C. I samaritani infatti riconoscevano come propria Bibbia solo la Torah. La seconda fase coincide con la canonizzazione di Nabiim (Profeti), allorché le parole riferite dai profeti finirono per essere considerate verbo divino; di fatto questa parte venne portata a termine alla fine del III secolo a.C., non molto prima del 200 a.C. Quando fu scritto il libro di Siracide (180 a.C.), si era giunti alla concezione di una Bibbia tripartita. Il contenuto della terza sezione, Ketubim (Scritture), rimase variabile fin dopo la caduta di Gerusalemme sotto il potere romano, nel 70 d.C. Alla fine del I secolo d.C. le autorità religiose ebraiche le avevano conferito una veste definitiva.

Il canone cristiano

 

L’attuale versione dell’Antico Testamento ebbe origine da una traduzione in greco degli antichi libri ebraici nota come Bibbia dei Settanta poiché, secondo la tradizione, fu portata a termine da 72 traduttori ebrei per il re Tolomeo II Filadelfo. Il processo di traduzione dall’ebraico in greco ebbe inizio nel III secolo a.C. fuori della Palestina perché le comunità ebraiche necessitavano delle Scritture nella lingua della loro nuova cultura. I libri aggiuntivi della Bibbia, compresi i supplementi ai libri antichi, ebbero origine perlopiù tra queste comunità ebraiche non palestinesi. Alla fine del I secolo d.C. esistevano due versioni delle Scritture ebraiche: la Bibbia ebraica, che era quella ufficiale, e l’Antico Testamento greco (i Settanta), i cui libri aggiuntivi furono riconosciuti ufficialmente solo dai cristiani.

Le diverse comunità ebraiche fornirono col tempo nuove e differenti redazioni in greco, che vennero raccolte e confrontate filologicamente da Origene nella sua monumentale versione della Bibbia nota come Hexapla; fra le versioni latine si impose la Vulgata di san Gerolamo, voluta da papa Damaso I.

La svolta più recente nella storia del canone cristiano si è avuta nel periodo della Riforma protestante. Traducendo la Bibbia in tedesco, Martin Lutero eliminò dall’Antico Testamento i libri che non erano nella Bibbia ebraica definendoli “apocrifi”; egli cercò in tal modo di tornare al canone e al testo più antichi, e di opporre l’autorità di quell’antica versione della Bibbia all’autorità della Chiesa. Vedi Apocrifi.

Testi e versioni antiche

Tutti i traduttori contemporanei della Bibbia cercano di recuperare la versione più antica del testo, o almeno quella che si presume più prossima all’originale; non esistono copie originali o autografe, bensì centinaia di manoscritti differenti che presentano numerose varianti. Di conseguenza, qualsiasi tentativo di stabilire la versione più attendibile di un libro o versetto deve basarsi su un lavoro meticoloso e sul confronto con l’opera di altri studiosi.

Testi masoretici

Riguardo all’Antico Testamento, la distinzione principale avviene fra i testi scritti in ebraico e le versioni o traduzioni redatte in altre lingue antiche. I testi in ebraico più importanti, e in linea di massima più attendibili, sono i testi masoretici, composti da studiosi ebrei, i “masoreti”, che si assunsero il compito di copiare fedelmente e tramandare la Bibbia. Questi studiosi, che operarono durante tutto il Medioevo, fornirono il testo con i segni diacritici, le vocali (i testi ebraici originali recavano solo le consonanti) e un apparato di note. La stampa della Bibbia ebraica ufficiale che è attualmente in uso è la riproduzione di un testo masoretico scritto nel 1088 la cui versione manoscritta, sotto forma di codice o libro, si trova nella biblioteca pubblica di San Pietroburgo. Un altro manoscritto masoretico, il “Codice di Aleppo”, risalente alla prima metà del X secolo d.C., è il testo base per la nuova versione, in preparazione presso l’università ebraica di Israele.

Esistono tuttora, comunque, manoscritti ebraici ancora più antichi, masoretici e non, di singoli libri. Alcuni, risalenti al VI secolo, furono scoperti solo alla fine del XIX secolo nella genizah (la stanza dove sono raccolti i manoscritti) della sinagoga del Cairo. A partire dal 1947, nella regione del mar Morto sono stati rinvenuti numerosi manoscritti e frammenti, molti dei quali risalenti all’era precristiana (vedi Manoscritti del mar Morto).

La Bibbia dei Settanta e altre versioni greche

Le versioni più apprezzate della Bibbia ebraica sono le traduzioni in greco. In alcuni casi le versioni greche sono addirittura migliori di quelle ebraiche, perché basate su testi ebraici più antichi di quelli che oggi abbiamo a disposizione. Numerosi manoscritti greci sono molto più antichi del manoscritto dell’intera Bibbia ebraica, e furono inseriti nelle copie della Bibbia cristiana completa che risalgono al IV e al V secolo. I più importanti sono il Codice Vaticano (nella Biblioteca Vaticana), il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino (entrambi al British Museum).

La versione greca più importante si chiama Bibbia dei Settanta. Venne effettuata ad Alessandria nel III secolo a.C. e comprendeva unicamente la Torah, mentre il resto delle scritture ebraiche fu tradotto in seguito da altri studiosi. Vennero eseguite numerose altre traduzioni greche, la maggior parte delle quali sopravvive solo in forma di frammenti o citazioni da parte degli antichi padri della Chiesa e di altri scrittori. Tra queste ricordiamo le versioni di Aquila, Simmaco, Teodozione e Luciano. Il teologo cristiano del III secolo Origene studiò i problemi presentati da queste diverse versioni e preparò un’edizione critica, detta Hexapla perché presentava in sei (greco, esa) colonne parallele il testo ebraico, il testo ebraico traslitterato in greco, Aquila, Simmaco, i Settanta e Teodozione.

Peshitta, Vetus latina, Vulgata e Targum

Tra le altre versioni ricordiamo la cosiddetta Peshitta, o Bibbia siriaca, la cui traduzione cominciò forse già nel I secolo d.C.; quella in latino antico, Vetus latina, tradotta non dall’ebraico, ma dalla Bibbia dei Settanta nel II secolo; la Vulgata, tradotta in latino dall’ebraico da san Gerolamo alla fine del IV secolo. Vanno ricordate anche le parafrasi aramaiche Targum. Per quanto riguarda l’ebraismo, quando l’aramaico sostituì l’ebraico nell’uso quotidiano, divennero necessarie traduzioni, che dapprima accompagnarono la lettura orale delle Scritture nella sinagoga, e in seguito vennero scritte. I Targum non erano traduzioni letterali, ma parafrasi o interpretazioni dell’originale.

Antico Testamento e storia

In ogni sua pagina, l’Antico Testamento, richiama l’attenzione sulla realtà e l’importanza della storia. Nella versione dell’Antico Testamento, la storia di Israele si presenta organizzata in una serie di eventi o periodi cruciali: l’esodo (con le vicende che si protraggono dall’epoca dei patriarchi alla conquista di Canaan), la monarchia, l’esilio babilonese e il ritorno in Palestina con il ripristino delle istituzioni religiose.

Separare l’interpretazione dalla storia

È importante distinguere tra l’interpretazione veterotestamentaria dei fatti e la critica storica. Per fornire una versione attendibile, allo storico occorrono fonti più o meno obiettive, contemporanee agli avvenimenti. La fonte principale di informazione sulla storia di Israele è l’Antico Testamento. Chi lo ha compilato era tuttavia interessato soprattutto alla rilevanza teologica del passato; inoltre, la maggior parte dei documenti risale a un’epoca più recente, a volte di secoli, rispetto agli avvenimenti descritti. Un corpus rilevante di prove scritte non è riconducibile al periodo precedente la monarchia istituita con la consacrazione di Saul come primo re di Israele nell’XI secolo a.C. Altre prove sono state offerte dall’archeologia, ma anch’esse devono venire giudicate criticamente (vedi Critica biblica). D’altra parte, tutti i testi biblici databili forniscono importanti notizie storiche, rivelando fatti riguardanti il periodo in cui vennero scritti, anche se non contengono sempre versioni attendibili degli avvenimenti che riportano.

L’esodo

Un’analisi attenta dei documenti biblici e un utilizzo ponderato delle prove archeologiche indicano come data dell’esodo dall’Egitto la seconda metà del XIII secolo a.C., ma non ne conosciamo il percorso. Non tutto Israele lo avrebbe compiuto, ma forse solo le tribù di Giuseppe. Il libro di Giosuè e quello dei Giudici (1-2) presentano due versioni diverse dell’ingresso di Israele in terra di Canaan. Nel primo (1-12) si parla di un’improvvisa conquista da parte degli israeliti sotto la guida di Giosuè, mentre il secondo (1-2) e altre tradizioni sostengono che alcune tribù penetrarono gradualmente nel paese e che trascorsero decenni, per non dire secoli, prima che Israele ne annettesse il territorio. Nei due secoli successivi al 1200 a.C., le singole tribù pervennero a una lunga e difficoltosa unificazione, sotto il nome di Israele.

La monarchia

La monarchia nacque nell’XI secolo a.C. a causa della minaccia esterna rappresentata dai filistei, che occupavano cinque città sulla pianura costiera. Saul unì le tribù e istituì una monarchia, ma venne ucciso assieme al figlio Gionata durante una battaglia contro i filistei. Divenne allora re Davide, prima della zona meridionale del paese e poi dell’intera nazione; spettò a lui porre per sempre fine alla minaccia filistea e dar vita a un regno fiorente e stabile, benché non esente da conflitti interni sulla reggenza. Gli succedette il figlio Salomone, che si circondò di una corte simile a quella di altri monarchi orientali e costruì una reggia e il grande tempio di Gerusalemme.

I regni di Israele e Giuda

 

Dopo la morte di Salomone, le tribù settentrionali si ribellarono. I due regni di Israele, a nord, e Giuda, a sud, non tornarono più uniti e spesso entrarono in conflitto. L’epoca delle due monarchie divise fu contrassegnata da minacce da parte di assiri, aramei e babilonesi. Israele, con capitale in Samaria, cadde sotto l’esercito assiro nel 722-721 a.C., la popolazione venne deportata e in sua vece si stabilirono stranieri. Giuda subì due umiliazioni per mano dei babilonesi: la resa di Gerusalemme nel 597 a.C. e la sua distruzione nel 586; in entrambe le occasioni, i prigionieri furono deportati a Babilonia. Il disastro dell’esilio venne preannunciato con largo anticipo dai profeti come punizione divina, ma l’esperienza indusse gli israeliti a meditare sull’elezione divina del loro popolo e a riconsiderare le antiche tradizioni.

Il periodo successivo all’esilio

Il popolo prigioniero poté lasciare Babilonia nel 538 a.C., quando il re persiano Ciro espugnò la città. Nell’era successiva all’esilio, con il ripristino delle istituzioni e la ricostruzione del tempio, vennero nominati alla guida delle tribù i profeti Esdra e Neemia. Giuda divenne una provincia dell’impero persiano e il popolo godette di una relativa autonomia, soprattutto in materia religiosa. Proprio durante questo periodo la storia di Israele divenne la storia dell’ebraismo (vedi Ebrei ed Ebraismo). Il popolo ebraico mantenne viva la propria identità nazionale nel corso della dominazione dell’impero di Alessandro Magno (333 a.C), delle monarchie ellenistiche, durante la rivoluzione maccabea (168-165 a.C.) (vedi Maccabei) e il dominio romano in Palestina (63 a.C.). Dopo la rivoluzione fallita del 70 d.C., che provocò la distruzione di Gerusalemme, la vita mutò drammaticamente.

Tematiche teologiche dell’Antico Testamento

Le tematiche teologiche dell’Antico Testamento sono ricche, profonde e varie. Dalle Scritture non è possibile ricavare un’unica teologia perché sono il frutto dell’opera composita di molti individui e gruppi nel corso di numerosi secoli e riflettono non solo l’evoluzione del pensiero teologico, ma anche divergenze d’opinione: in più di un’occasione i profeti sfidarono le opinioni dei sacerdoti.

Il Dio di Israele

Il tema teologico più evidente dell’Antico Testamento è anche il più diffuso e il più importante: Jahve, Dio nell’Antico Testamento (vedi Dio), è il Dio di Israele, di tutta la Terra e della storia. Sarebbe tuttavia fuorviante identificare questo tema con quello del monoteismo, un termine troppo astratto per i testi considerati; in quasi tutti, tranne gli ultimi, si parla di altri dei, anche se, in ogni caso, Israele deve restare fedele a un unico Dio, ritenuto il creatore della Terra, il Signore che agisce nella storia per salvare e giudicare, onnipotente e tuttavia premuroso verso il suo popolo, che si manifesta attraverso la legge, negli eventi e attraverso i profeti e i sacerdoti.

Alleanza e legge

Altri due temi fondamentali dell’Antico Testamento, il patto e la legge, sono strettamente legati. Il patto è l’Alleanza stretta tra Jahve e Israele sul monte Sinai ed è un accordo suggellato da un giuramento. Con il patto Jahve elegge Israele popolo eletto. La formula più semplice del patto è la frase: “Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio” (Esodo 6:7). La legge sarebbe stata garantita come parte dell’Alleanza, come strumento attraverso il quale Israele sarebbe divenuto e rimasto il “popolo di Dio”. La legge regolamenta il comportamento rispetto agli altri esseri umani e le pratiche religiose, ma non offre una serie completa di prescrizioni morali. Sembra invece stabilire i limiti che il popolo non può oltrepassare senza rompere il patto.

La persona umana

L’Antico Testamento sottolinea il ruolo dell’essere umano nella comunità, importantissimo per il popolo dell’Alleanza. Nell’Antico Testamento, l’essere umano è considerato come l’unione della materia fisica e della vita e, complessivamente, come un dono di Dio; l’idea di una vita dopo la morte o della resurrezione compaiono raramente e molto tardi nel pensiero israelita. Un altro tema basilare è che Jahve è un Dio giusto che si aspetta dal suo popolo giustizia e onestà, cioè imparzialità nelle questioni umane, protezione dei deboli e creazione di istituzioni ispirate alla giustizia.

Il Nuovo Testamento

 

Il Nuovo Testamento si compone di 27 documenti scritti tra il 50 e il 150 d.C., riguardanti questioni di fede e di pratica della religione nelle comunità cristiane di tutto il mondo mediterraneo. Benché secondo alcuni questi documenti (in particolare il Vangelo di Matteo e la Lettera agli ebrei) si fondino su originali aramaici, ci sono pervenuti tutti in greco, la lingua in cui probabilmente furono composti.

Manoscritti

Esistono circa 5000 manoscritti greci, completi, parziali o frammentari, del Nuovo Testamento, e sono tutti copie di originali non pervenutici. Il più antico è probabilmente un frammento del Vangelo di Giovanni, databile intorno al 120-140. Le somiglianze tra i manoscritti sono notevoli, se si tiene conto che furono composti in momenti e luoghi differenti e che le loro origini, i metodi e i materiali di scrittura sono eterogenei. Le differenze riguardano omissioni, inserzioni, terminologia e struttura verbale. Le edizioni critiche del Nuovo Testamento greco hanno cominciato ad apparire con una certa regolarità dopo l’opera dello studioso olandese Erasmo da Rotterdam, nel XVI secolo.

Scritti precanonici

I 27 libri del Nuovo Testamento sono solo una parte della produzione letteraria delle comunità cristiane dei primi tre secoli. I principali tipi di documenti del Nuovo Testamento (vangeli, epistole, apocalissi) furono oggetto di numerose imitazioni e i nomi degli apostoli o di altre figure guida furono attribuiti a scritti che intendevano colmare il silenzio del Nuovo Testamento su alcuni temi (ad esempio, la fanciullezza e la giovinezza di Gesù) o soddisfare la sete di miracoli. In quel perido circolavano almeno cinquanta vangeli. Molti di questi scritti cristiani non canonici sono stati raccolti e pubblicati come Apocrifi del Nuovo Testamento.

Nel 1945 a Naj Hammadi, in Egitto, è stata scoperta la biblioteca di un gruppo di eretici cristiani, gli gnostici, che conteneva raccolte di documenti stilati in lingua copta, che sono state tradotte e pubblicate. L’attenzione degli studiosi si è concentrata soprattutto sul Vangelo di Tommaso che conterrebbe i detti, 114 in tutto, trasmessi privatamente da Gesù a san Tommaso, uno dei dodici apostoli.

Il canone

Non esistono documenti univoci che attestino come la Chiesa pervenne alla decisione di adottare un canone ufficiale delle scritture cristiane. Per Gesù e i suoi seguaci, la Legge, i Profeti e le Scritture ebraiche erano “Sacre Scritture”. L’interpretazione di questi scritti fu comunque orientata alla luce dell’opera, delle parole e della persona di Gesù quale lo consideravano i suoi discepoli. Gli apostoli, che custodirono le parole e gli atti di Gesù e proseguirono la sua missione, godevano di speciale autorità: venne così a formarsi una pratica cultuale fondata sulle parole del Signore (tramandate nei “vangeli”) e su quelle degli apostoli o di figure carismatiche come quella di san Paolo. Pare che i primi tentativi di stabilire un canone siano stati compiuti intorno al 150 da un cristiano eretico di nome Marcione, il cui elenco comprendeva il Vangelo secondo Luca e dieci lettere paoline manipolate in senso profondamente antiebraico. È possibile che l’opposizione a Marcione abbia accelerato gli sforzi verso la creazione di un canone universalmente accettato.

Sembra che nel 200, venti dei 27 libri del Nuovo Testamento godessero di una generale autorità, anche se esistevano preferenze locali e alcune differenze tra la Chiesa orientale e quella occidentale. La XXXIX lettera festale di sant’Anastasio, vescovo di Alessandria, inviata alle Chiese poste sotto la sua giurisdizione nel 367, pose fine a qualsiasi incertezza riguardo ai limiti del canone del Nuovo Testamento. Vi si indicano come canonici i 27 libri che costituiscono il Nuovo Testamento, benché disposti in un ordine diverso dall’attuale, che è: i quattro Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), gli Atti degli Apostoli, le Lettere di san Paolo (ai Romani, I e II ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, I e II ai Tessalonicesi, I e II a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei), le lettere di san Giacomo, di san Pietro (I e II), di san Giovanni (I, II e III), di Giuda e l’Apocalisse di san Giovanni.

Versioni antiche

Il Nuovo Testamento è stato scritto in greco. Per questo, investigando le modalità di trasmissione del testo e l’istituzione del canone, si trascurano normalmente le versioni in altre lingue, alcune delle quali più antiche dei testi greci superstiti. La rapida diffusione del cristianesimo nelle regioni in cui non si parlava il greco, richiese traduzioni in siriaco, latino, copto, gotico, armeno, georgiano, etiopico e arabo. Le versioni siriaca e latina esistevano già nel II secolo e la traduzione copta apparve nel III secolo. Queste antiche versioni non erano traduzioni ufficiali, quindi nel corso del IV e del V secolo si tentò di sostituirle con traduzioni più canoniche. Nel 382 papa Damaso I commissionò a san Gerolamo la traduzione in latino della Bibbia nota come Vulgata. Nel V secolo la Peshitta siriaca sostituì le versioni popolari siriache in uso in quel periodo.

La letteratura del Nuovo Testamento

 

Da un punto di vista letterario, i documenti del Nuovo Testamento corrispondono a quattro generi: vangelo, storia, epistola e apocalisse. Dei quattro, solo il vangelo pare rappresentare un genere letterario nato nella comunità cristiana.

I Vangeli

 

Pur avendo talvolta le sembianze delle biografie degli eroi, umani e divini, del mondo greco-romano, il Vangelo non è una biografia, ma una sequenza di descrizioni di singoli atti o sentenze. Gli autori dei Vangeli non erano meramente interessati all’ordine cronologico; la distribuzione del materiale venne anzi modificata dagli intenti teologici e dalle esigenze del lettore. È ovvio dunque aspettarsi che esistano differenze, anche se tutti sono incentrati su Gesù di Nazareth e condividono la medesima forma letteraria. Infatti, fatta salva la narrazione dell’arresto, del processo, della morte e della resurrezione di Gesù, pressoché identica in tutti e quattro, i Vangeli differiscono in alcuni dettagli importanti, prospettive ed elementi interpretativi. In questo senso, il Vangelo secondo Giovanni è il più peculiare. In esso Gesù Cristo è ritratto con più chiarezza come divino e onnisciente. Gli altri tre sono denominati “Vangeli sinottici” perché, se esaminati congiuntamente, mostrano moltissime somiglianze. L’opinione più accreditata tra gli studiosi è che Marco fu il primo a essere scritto e divenne una fonte per Matteo e Luca. È molto probabile che Matteo e Luca attingessero tanto a fonti distinte quanto a una fonte comune, opinione che si basa sul fatto che i Vangeli loro attribuiti hanno in comune una gran quantità di materiale non reperibile in Marco. Questa fonte congetturale – ma non identificata – è stata chiamata semplicemente Q o Quelle (termine tedesco per “fonte”). In un’introduzione, l’autore del Vangelo secondo Luca asserisce di aver cercato numerosi racconti su Gesù (Luca 1:1-4).

Storia

La narrazione storica è dominante negli Atti degli Apostoli, il secondo dei due volumi attribuiti a Luca. I due libri raccontano la storia di Gesù e della Chiesa in forma narrativa, incastonandola nella storia di Israele e dell’impero romano. La vicenda è presentata teologicamente, interpreta cioè l’operato di Dio. Gli Atti rappresentano un esempio unico nel Nuovo Testamento per l’uso della narrazione storica a scopo assertivo.

Epistole

Nel mondo greco-romano l’epistola o lettera era un genere letterario. San Paolo lo trovò congeniale al rapporto che aveva stabilito con le Chiese e adatto a un apostolo itinerante. La sua forma fu accettata da tutta la comunità cristiana e utilizzata dai vertici di altre Chiese e da altri scrittori. Le epistole, alcune delle quali compaiono nel Nuovo Testamento, erano veri e propri sermoni, esortazioni o trattati.

Letteratura apocalittica

Gli scritti apocalittici appaiono in tutto il Nuovo Testamento, anche se in misura maggiore nel libro dell’Apocalisse. Le apocalissi furono perlopiù scritte in periodi di gravi crisi per la comunità, epoche in cui la gente cercava sostegno oltre il presente e le risorse umane. È una letteratura fortemente visionaria, simbolica, pessimistica riguardo le condizioni del mondo e portatrice di speranza unicamente nei termini di un luogo invisibile posto oltre il visibile, e della vittoria che ha luogo oltre la storia. Pare che l’Apocalisse di Giovanni fosse stata scritta durante la persecuzione dei cristiani sotto l’imperatore romano Domiziano, che regnò dall’81 al 96 (vedi Letteratura apocalittica).

Generi letterari

All’interno di questi quattro generi letterari principali compaiono poesie, inni, formule confessionali, proverbi, storie miracolistiche, beatitudini, diatribe, parabole. In passato gli studiosi della Bibbia si concentrarono soprattutto sulla parabola, considerata per secoli un’allegoria. Dalla fine del secolo scorso, le parabole del Nuovo Testamento sono invece considerate vere similitudini, illustrazioni il cui significato poteva essere ribadito in singoli temi o proposizioni.

Più recentemente, le parabole sono assurte a dignità artistica, poiché possiedono una pregnanza e una funzione simili a quelle della poesia: non si limitano a enunciare l’argomento, ma agiscono sul lettore creando, alterando o addirittura frantumando una particolare visione della vita e della realtà.

La storia nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento non prescinde dalla realtà storica; i suoi documenti si concentrano anzi su una figura storica, Gesù di Nazareth, e denunciano i problemi incontrati dai suoi seguaci nell’impero romano. Ciò non significa però che il Nuovo Testamento sia oggetto di un interesse che si esaurisce meramente nella storia o nella cronologia.

Cenni sulla cronologia

Varie sono le difficoltà che si incontrano nella ricostruzione storica del periodo sulla base delle fonti del Nuovo Testamento. Innanzitutto, i documenti sono strutturati teologicamente e non cronologicamente. I Vangeli sono collocati all’inizio perché raccontano la storia di Gesù, ma vennero scritti tra il 70 e il 90, circa 60 anni dopo la sua morte. Anche gli Atti degli Apostoli risalgono allo stesso periodo. Le lettere di Paolo sono invece anteriori (50-60) perché vennero scritte nel periodo in cui Paolo era impegnato nell’opera missionaria. I libri rimanenti, databili tra il 90 e il 150, illustrano le condizioni della Chiesa nel periodo postapostolico. In generale, i libri non sembrano interessati alla storia come processo cronologico, e sono una raccolta di testi scritti da sostenitori della fede cristiana e conservati a scopo di culto, preghiera e insegnamento. Gli studiosi sono però arrivati a concordare una cronologia approssimativa: i principali punti di riferimento sono forniti da Luca e dagli Atti. Nel Vangelo di Luca si dichiara che Gesù cominciò la sua missione nel XV anno dell’impero di Tiberio (Luca 3:1) e cioè nel 28-29. Secondo tutti e quattro i Vangeli Gesù fu crocifisso quando Ponzio Pilato era governatore di Giudea (26-36). La missione di Gesù si protrasse dal 29 al 30, per chi sostiene che durò un anno, o dal 29 al 33, per chi sostiene che durò tre o quattro anni.

I racconti dell’infanzia

Si sa ben poco di Gesù prima della sua missione pubblica. Era di Nazareth di Galilea, benché sia Luca che Matteo sostengano che nacque a Betlemme di Giudea, patria ancestrale di re Davide. Solo i Vangeli di Luca e di Matteo contengono storie sulla nascita e l’infanzia di Cristo, e differiscono in molti dettagli.

Gli apostoli e la Chiesa delle origini

Dopo la missione di Gesù descritta nei quattro Vangeli, l’iniziativa religiosa passò sotto la guida di dodici uomini da lui scelti come apostoli, tre dei quali vengono menzionati come coloro che proseguirono la missione: Giacomo, ucciso da Erode Agrippa I poco prima del 44, anno in cui lo stesso Erode morì; Giovanni, suo fratello, che pare abbia vissuto a lungo (Giovanni 21:20-24); Pietro, che oltre a essere annoverato tra i primi capi della Chiesa di Gerusalemme compì anche molti viaggi missionari e, secondo la tradizione, fu martirizzato a Roma sotto Nerone. Oltre a questi tre, Giacomo, detto il “fratello di Gesù”, godeva di grande importanza nella Chiesa di Gerusalemme. Negli Atti degli Apostoli grande attenzione è dedicata a Paolo, un ebreo di Tarso che si convertì al cristianesimo vicino a Damasco, intorno al 33-35. Dopo quattordici anni, Paolo cominciò a scrivere le sue lettere e a viaggiare come missionario in Siria, Galazia, Asia Minore, Macedonia, Grecia. Sembra che sia morto a Roma durante le persecuzioni contro i cristiani volute da Nerone.

I restanti libri del Nuovo Testamento forniscono scarse informazioni storiche e nessun elemento per una datazione precisa e sembrano essere stati scritti per una seconda o terza generazione della comunità. I primi seguaci di Gesù sono ormai morti, gli antichi entusiasmi e le aspettative di un ritorno finale di Cristo per porre fine alla storia sono svaniti e l’esigenza di conservare, proteggere e istituzionalizzare risulta evidente (vedi Escatologia).

Principali temi del Nuovo Testamento

Come già nell’Antico Testamento, il Nuovo Testamento presenta una straordinaria ricchezza e varietà di temi teologici: tra i soggetti principali del discorso neotestamentario trovano ovviamente spazio di grande rilievo quelli relativi alle persone della Trinità e alle direttive morali del cristiano.

Dio

La continuità fra il Nuovo e l’Antico Testamento è rappresentata innanzitutto dagli insegnamenti riguardanti Dio. Il Dio del Nuovo Testamento crea la vita e regge l’universo. Quest’unico Dio, origine e fine di tutte le cose, va incontro con amore all’umanità intera, trattando con giustizia e misericordia chi lo accoglie, giudicando e perdonando. Le parole, le azioni e la persona stessa di Gesù dovevano condurre i seguaci alla presenza del Signore.

Gesù

Il Nuovo Testamento presenta Gesù attraverso appellativi, descrizioni della sua persona e resoconti sulle sue parole e azioni. Nel contesto ebraico, l’Antico Testamento offre espressioni e immagini che gli scrittori del Nuovo utilizzeranno per esprimere cosa significasse Gesù Cristo per i suoi discepoli (per la comprensione ideologica della sua figura, vedi Cristologia). La cultura ellenistica fornì altre immagini: un essere divino preesistente che era sceso sulla Terra, aveva compiuto la sua opera ed era tornato alla gloria dei cieli; l’eterno mediatore della creazione e della redenzione, la figura cosmica che raccoglie intorno a sé tutta la creazione in un unico corpo armonioso. I Vangeli presentano Gesù come presenza di Dio sulla Terra. Le sue parole rivelano Dio, le sue azioni dimostrano il potere salvifico di Dio che conferisce integrità fisica, mentale e spirituale; i suoi patimenti e la sua morte testimoniano dell’amore incondizionato di Dio; la sua resurrezione è il segno che Dio approva la vita, la morte e il messaggio di Gesù. San Pietro e altri introdussero la nozione della morte di Gesù come sacrificio ed espiazione del peccato e della sua resurrezione come garanzia della resurrezione dei suoi discepoli. Documenti scritti durante le persecuzioni (I lettera di Pietro, Apocalisse) interpretavano il patimento di Gesù come il modello per i cristiani nell’ora del martirio.

Spirito Santo

 

Alcuni profeti di Israele avevano descritto gli “ultimi giorni” come l’epoca in cui Dio avrebbe riversato il suo spirito sull’umanità intera. Il Nuovo Testamento afferma che la promessa è stata adempiuta all’epoca di Gesù. Il termine “Spirito di Dio” è usato in tutto il Nuovo Testamento; viene anche chiamato Spirito, Spirito Santo, Consolatore, Spirito di Cristo o Spirito di Carità (vedi Trinità). Lo Spirito conferì autorità a Gesù e permise alla Chiesa di continuare sulla traccia del suo insegnamento. Nel singolo discepolo, infondeva le qualità adatte a quella vita e lo addestrava a operare e a servire per il bene della comunità. La categoria teologica dello “Spirito” fu soggetta a una vasta gamma di interpretazioni e risultò problematica nelle discussioni teologiche di molte chiese. Il Nuovo Testamento riflette lo sforzo di rinvenire criteri chiari per determinare se una comunità o una persona fossero realmente influenzati dallo Spirito Santo.

Il regno di Dio

Secondo il Nuovo Testamento, il messaggio centrale di Gesù era l’annuncio del regno di Dio. Egli chiedeva di pentirsi in vista del regno che sarebbe presto venuto. Si è discusso se Gesù e i credenti in lui si aspettassero che il regno di Dio si realizzasse nella nuova generazione.

Salvezza

Il regno di Dio non è sopravvissuto come argomento teologico centrale del messaggio ecclesiastico. Secondo il Nuovo Testamento, la Chiesa non si identificava con il regno e cominciò a predicare la salvezza, riferendosi con ciò al rapporto riconciliato del singolo con Dio e alla partecipazione a una comunità riconciliata e riconciliante. In questo senso, la salvezza era una realtà che sarebbe giunta a compimento in una pienezza di vita posta oltre la violenza, la finitezza e la mortalità di questo mondo. Paolo credeva che, a compimento dello scopo ultimo di Dio, la salvezza si sarebbe diffusa cosmicamente e anche le forze malefiche, che secondo il Nuovo Testamento abitano il cielo, la terra e gli inferi, sarebbero entrate in armonia con il piano benefico del Signore. Questa visione è differente rispetto a quella dell’Apocalisse, in cui i buoni saranno premiati e i cattivi puniti.

Etica

In attesa della venuta del regno di Dio, i fedeli in Cristo devono dimostrare mediante il proprio comportamento che si sono riconciliati con il Signore. Questa norma del Nuovo Testamento è un’eredità dell’Antico. La Legge, i Profeti e le Scritture hanno insistito sull’inseparabile rapporto tra credo religioso e comportamento morale ed etico (vedi Etica), e il Nuovo Testamento lo ha ribadito, fornendo insegnamenti riguardanti questa vita non solo sul piano spirituale e sul rapporto con Dio, ma nelle relazioni sociali. Sono norme tratte dall’Antico Testamento, dalle parole e dall’esempio di Gesù, dai dettami apostolici, ma anche dalle leggi della natura, dai compiti domestici e dagli ideali di alcune correnti del pensiero classico.

 

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