Archivio per Febbraio 2009

La grande livella

Febbraio 27, 2009

Penso alla situazione umana, e cosa vedo? Vedo che gli uomini sono più o meno sempre in lotta fra loro, a livello familiare, sociale, internazionale.

Anche se si cerca di mascherare questo antagonismo latente in tutti i rapporti umani con una patina di educata, quanto ipocrita, cortesia, nell’intimo di ognuno si cela uno spirito aggressivo e battagliero.

Il nostro animo è raramente rilassato. Siamo sempre sul chi vive, perennemente alla ricerca di affermazione, il più delle volte a detrimento degli altri. Ci è difficile accettare il punto di vista altrui, se è in contrasto con il nostro. Non siamo preparati ad accettare opinioni diverse dalla nostra perché, fors’anche a livello solo inconscio, le consideriamo pericolose per la nostra individualità.

La nostra intima concezione è che, per far emergere il mio “io”, devo far in modo di abbassare l’”io” altrui. Se solo ci rendessimo conto che, nell’economia della creazione, c’è posto per infiniti “io”!. E ciascuno di essi è importante a suo modo.

Ognuno ha un suo posto ben definito nel disegno dell’universo: un posto che è esclusivamente il suo, che non potrà mai essere rimpiazzato da nessun altro. Come nella società c’è bisogno di tutti i tipi di lavoro, per cui un avvocato è necessario quanto un architetto, e un falegname non è da meno di un idraulico, cosi nel mondo spirituale ognuno di noi ha le sue caratteristiche ben definite, uniche, e tutte concorrono alla realizzazione del piano divino.

Visto però che non riusciamo a concepire questa uguaglianza nella vita, cioè nello spirito militante, attivo, pensiamo per un attimo a una cosa che ci accomuna tutti, senza possibilità di differenziazione: la morte, la “grande livella” di dantesca memoria. Se riusciamo a immedesimarci in questo pensiero, e a sperimentarlo a livello non solo spirituale, ma anche fisicamente emotivo, vediamo automaticamente cadere ogni rancore verso gli altri.

Anche se ci sentiamo diversi nella manifestazione individuale della vita terrena, non possiamo vederci che del tutto simili nel passo finale, cioè nel trapasso verso la vita ultraterrena. L’aldilà ci vedrà finalmente fratelli, se riusciamo già da ora a coltivare questo sentimento di fraternità.

La luce delle buone opere

Febbraio 27, 2009

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il suo sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Mt5,13-16

L’isola

Febbraio 27, 2009

L’isola, dinamiche dominanti.

Uno dei problemi nella relazione tra persone, delle volte è quello di integrazione e relazione con le stesse, per molti potrebbe sembrare semplice, ma all’insaputa di molti si vengono a istaurare delle interazioni che potrebbero essere molto difficile da decifrare.

Partiamo subito dalla visione del singolo individuo, che per forza di cose risponde a se stesso e alla propria esperienza, non potrebbe essere altrimenti, se è preso in alcune cose o pensieri, farà fatica o non riesce a recepire i segni che gli vengono dall’esterno, in qualche modo si isola da tutto il resto, non capendo quello che gli dicono o dimenticandosene subito dopo, creando e moltiplicando l’effetto isola, gli altri non possono fare niente, l’isola vive nella sua realtà, e non riesce a trovare il capo di quello che gli è e gli sta succedendo, a meno che non capiti qualche cosa di sconvolgente che gli permette di staccarsi e cominciare a vedere le cose sotto un’altra prospettiva, solo cosi comincerà il suo cambiamento di rotta, e allora lentamente le cose cominceranno a cambiare, la sua visione comincia a schiarirsi, fino a diventare limpida, anche se poi alla fine dei conti il soggetto resta se stesso.

Ma fuori dall’isola ci sono gli altri, altri che gia vedono l’isola da un’altra prospettiva e quindi in modo diverso, poi non essendo coinvolte personalmente hanno il tempo e il modo di adoperare tutte le strategie per mettersi in buona luce, si confronta con gli altri, l’isola non lo può fare, si sente al sicuro perché gli altri sono con lui, l’isola no, sente cosa pensano gli altri e si comporta di conseguenza, l’isola non sa cosa pensano gli altri, gli altri possono dire qualsiasi cosa sull’isola, tanto nessuno del gruppo si offende, la vittima è l’isola e non loro, ogni persona si sente autorizzata a inveire contro l’isola, per sentirsi maggiormente accettato dal gruppo, che sfoga tutta la loro rabbia verso l’isola.

Visto tutto questo, vi consiglio e vi auguro di non essere un’isola, ma neanche uno del gruppo, cercate solo di meritarvi il nome di essere umano, in un mondo dove le persone si dimostrano peggiori degli animali!

Caro Ulisse.6-09-2007

Febbraio 27, 2009

Proprio ieri ci siamo sentiti al telefono e oggi mi è sorto un dubbio,non verso di te,ma verso di me,certe volte mi illudo di poter essere utile o avere un consiglio che possa aiutare gli altri,ma mi sto rendendo conto che non è cosi,in realtà devo cominciare a mettere i piedi per terra,io non ho in mano la pietra filosofale,non ho la risposta a tutto,no,non la ho,certo poter avere un consiglio che possa aiutare gli altri e risolvergli un sacco di cose,ma non la ho,a questo punto o smetto di consigliare o imparo a ascoltare,e se fossi io quello che in realtà ha bisogno di consigli(e questo è molto provabile)?e come faccio a levarmi la piccola soddisfazione di essere utile a qualcuno?non so!certo è che con mio fratello ne dico di cose,ma poi lui percorre la sua strada maestra,veloce come un siluro,e quindi,come faccio a consigliarti di smettere di lasciare il tuo aiuto morale?in fondo tu sai cosa fare,devi solo tirarla fuori!se riesci a lasciarlo,sai cosa fare,e lo stesso se decidi di continuare,certo i grattacapi li hanno tutti,vedi tu,sai io non sapevo che prima che cominciassi avevi tanto nervoso da dare i pugni sul muro,sai questo mi fa rivedere le mie idee,vedi tu cosa fare,una cosa e certa,il terapeuta cercherà sempre di tirare l’acqua al suo mulino.

Gli scacchi vanno avanti come al solito e mentre ti scrivo queste parole il Fritz sta analizzando una partita,poi prima che io diventa un campione,ne passerà di acqua sotto i ponti,e se non lo diventerò mai non fa niente,non c’è nessun problema.

Martedì scorso ho telefonato alla responsabile dell’Avo,e tra qualche giorno mi telefoneranno per fissare un appuntamento dove dovrò sostenere un colloquio per fargli presenti le mie motivazioni del perché voglio fare questa cosa,la signora è stata molto accomodante e amichevole,poi vedremo cosa verrà fuori,di certo ti terrò informato.

Ora che mi viene in mente,mi dovrei ricordare di girarti il giornaletto suo Go,che stanno facendo delle persone e che il Cosmico,mi gira,questo giornale si chiama”Il ritorno del Guru”,certo so che non sai giocare a Go,ma è pieno di articoli curiosi e di cultura varia,sempre legata al gioco.

Al lavoro tutto come al solito!

Il circolo di scacchi pure.

Per il resto tutto normale.

Oggi sono breve e conciso.

Il film che mi avevi consigliato”La ricerca della felicità”aspetto a vederlo,quando sarà disponibile a basso costo,poi ti dirò,in tanto so che dovrò vedere anche questo;mentre per”La febbre”sto aspettando il momento propizio per rivederlo,e prendere appunti,poi ti dirò,non ti preoccupare che non mi sono dimenticato,anche se spero di ricordarmi tutto!

Ciao e a presto.

Una capinera.26 Novembre

Febbraio 27, 2009

Quanto siamo meschini, amica mia, se non possiamo essere giudici della nostra istessa felicità. Ti ho scritto una lettera che oggi è un’amara ironia, che non posso leggere senza piangere. Ascolta. Eravamo lì, alla finestra, silenziosi, felici, sognando. Tutt’ a un tratto si udì rumore; Vigilante abbaiava. Si udì la voce di mio padre e quella di Gigi. Mi trassi indietro bruscamente, e chiusi la finestra. Tremavo tutta come se avessi commesso un gran fallo. Il babbo mi trovò a letto, avevo la febbre e mi durò tutta la notte. Giuditta non venne; la sentivo parlare nell’altra stanza; sembrava irritata e di assai cattivo umore. Il giorno dopo mi levai così pallida che il babbo voleva mandare pel medico. Più tardi la mamma mi chiamò nella sua stanza e al solo guardarla in viso mi sentii piegar le ginocchia. Ella mi parlò lungamente de’ suoi doveri, dei miei, della mia vocazione, della necessità impostami dalla mia povertà di dar retta a quella vocazione. Mi parlò dei pericoli che una ragazza destinata al chiostro può incontrare anche nelle più semplici relazioni, e finì coll’ordinarmi che per l’avvenire, quando giungeranno estranei in casa nostra, fossero anche i signori Valentini, io dovrò restarmene chiusa nel mio camerino.

Mio Dio! come sopportai la tortura di quelle ammonizioni?… sembrava che ella si divertisse a punzecchiarmi a colpi di spillo, ad accusarmi in enigma di mille torti, e non mi fece neanche intendere se avesse scoperto oppure no che Nino aveva lasciato il ballo per venirmi a trovare.

Più di una volta, mentre ella parlava, mi sentii sul punto di svenire; ma ella non si avvide del mio pallore, del mio tremito, non si avvide che dovetti afferrarmi alla spalliera di una seggiola perché non mi reggevo più. Se si fosse accorta del mio stato, ne avrebbe avuto pietà certamente, e mi avrebbe risparmiato quel supplizio. Quando potei rimaner sola andai a mettermi a letto; la febbre mi aveva riassalita; mi sentivo malata e avrei voluto morire.

Giuditta non venne neanche allora. Mi teneva il broncio!… Che le ho fatto, mio Dio?… Mi pareva di essere come quei delinquenti che tutti sfuggono e che nessuno ardisce avvicinare… Arrossivo di quella finestra che stava lì, di faccia al mio letto, come un’inflessibile accusatrice. Quella solitudine, quell’abbandono mi facevano male; verso sera chiamai mia sorella, avevo bisogno di vederla, di essere confortata. Anche il mio caro babbo mi sembrava più serio del solito. Giuditta venne infine, ma mi sembrò assai fredda. Mi gettai nelle sue bracia, e mi parve che quel pianto che mi faceva tanto bene l’irritasse.

Ora son sola. Mi pare che tutti mi fuggano; sono odiosa a me stessa. Hanno ragione, sono molto colpevole! Dio solo può perdonarmi: Dio verso di cui ho peccato amando una sua creatura più di Lui… Agucchio, agucchio, gli intieri giorni presso la finestra di cui le tende sono accuratamente chiuse, e piango quando ho la felicità di non esser veduta e di potermi sfogare… e gli occhi mi abbruciano… Il cielo è nuvoloso, i campi son desolati, il mormorio del bosco mi fa paura; gli uccelli non cantano più… soltanto qualche volta, laggiù l’assiuolo piange… Me ne sto delle ore intiere colle mani incrociate sulle ginocchia a guardare attraverso i vetri della finestra quei grossi nuvoloni bigi che corrono verso il ponente, e le cime di quegli alberi che si agitano lentamente e scuotono le loro foglie morte. E’ l’inverno della natura che sopraggiunge, com’ è sopraggiunto l’inverno dell’anima! Il mio Carino è fuggito, poverino! l’ho trascurato tanto! ed è andato a recare altrove la sua allegria e il suo vispo cinguettare, perché l’atmosfera in cui vivo è malinconica assai. Vigilante solo viene di tanto in tanto a cercarmi, mi domanda un sorriso, vuole le mie carezza, si avanza pian pianino, come esitante, domandandomi coi suoi begli occhi se è indiscreto, poi si arresta indeciso, e dimena la coda, e si lecca il muso, tutte cose che vogliono dire: «Perdonami la mia insistenza;» e viene a posarmi la testa sui ginocchi per dirmi che mi vuol bene ancora, e allorché si allontana è triste, ma dimena ancora la coda e si ferma sull’uscio per dirmi addio.

Tutto il giorno odo nelle altre stanze la voce dei signori Valentini che sono a discorrere insieme ai miei. Due o tre volte ho udito una voce che mi ha penetrato nel cuore… la sua!

Lui! lui! sempre lui! sempre cotesta spina fitta nel cuore, questa tentazione nella mente, questa febbre nel sangue! lui sempre fisso dinanzi agli occhi, lì, presso quella finestra, col volto fra le mani!… Il suono di quella voce sempre nelle orecchie, le mani sempre umide di quel pianto!… Dio mio! Dio mio!

Ho udito qualche volta un passo dietro la mia finestra, e il cuore m’ è sembrato scapparmi dal petto. Provo delle vertigini, degli smarrimenti, dei deliri. Non posso più piangere, non posso più dormire, non posso pregare!… Oh! Marianna mia!…

Che penserà egli di me non vedendomi più? Saprà che mi è stato proibito?… mi maledirà forse?… sarà in collera?… mi dimenticherà?… Vedi quanto son caduta al basso! Prego Iddio di farmelo dimenticare e mi pare d’ impazzire al solo pensiero che egli possa dimenticarsi di me! Qualche volta, all’alba, quando sono ben sicura che nessuno potrebbe sorprendermi, apro pian pianino la finestra per vedere laggiù in fondo alla valle, la casa dove egli abita, dove egli dorme forse a quell’ora, per vedere il suo tetto, la sua finestra, quel vaso di gelsomini,quella vite che ombreggia la sua porta… Poi cerco d’ indovinare il punto del davanzale dove egli appoggerà i gomiti allorché aprirà la finestra, la zolla dove egli poserà la prima pedata, la traccia che seguirà nell’aria il suo primo sguardo che cercherà la mia finestra… perché il cuore mi dice che il suo sguardo sarà per la mia finestra, e che egli saprà che io sono stata qui a vederlo dormire, a pensare a lui. Sempre a lui! nei sogni, prima d’ addormentarmi, al primo svegliarmi, nella preghiera! Oh! Marianna! prega per questa povera peccatrice che è più debole del suo peccato; mandami l’abitino della Madonna del Carmine che fu benedetto a Roma; mandami il tuo libriccino di preghiere. Voglio pensare a Dio; voglio pregare la Madonna che mi protegga, che mi nasconda sotto il suo manto misericordioso agli occhi del mondo, a me stessa, alla mia vergogna, alla mia colpa, al castigo di Dio!…

 

Il passo

Febbraio 27, 2009

Sabato, solito giro, sala prelievi del solito ospedale, da dieci anni, sono seduto e tutta la gente percorre il corridoio dove si attende il proprio numero, avevo portato un libro per leggere, ma stranamente non dovevo aspettare molte persone, forse anche loro cominciano ad accusare la crisi che c’è in giro, ma per il momento non importa, io guardo i presenti, chi è seduto cerca di passare il tempo come può, chi legge, chi guarda il telefono, chi è vicino alla propria fidanzata, o alla propria moglie, magari con i figli, ma la mia attenzione si concentra di più sulle persone che passano, c’è chi si ferma e con la testa ondeggia, quasi come se fosse confuso, chi con passo deciso segue la propria strada, chi cammina più lentamente dando un’impressione di spensieratezza, chi cammina quasi controvoglia, chi pensieroso; visto tutto questo mi sono reso meglio conto di quanti messaggi la gente da senza volere e sarei pronto a scommettere che partendo da queste semplici osservazioni, unite ad altri movimenti, si può capire a grandi linee il carattere della persona osservata, se poi aggiungiamo che la prima impressione non sbaglia mai, possiamo essere sicuri di avere un quadro abbastanza attendibile.

Fateci caso a questo, anche se occorre molto tempo, poi mi direte se ho ragione o meno.

La meta

Febbraio 27, 2009

….Ercole si sedette due posti più in la della signora e Adele alla sedia di fronte a loro, Virgilio era appoggiato alla spalliera della sedia di Adele, Ercole teneva l’asta sella sua flebo con due mani, e appoggiava i piedi sui raggi delle cinque ruote, che permettevano di spostare l’asta con facilità, poi la signora comincio il suo racconto.

“Mio marito ha sempre avuto una vita forte e sana, abbiamo fatto cinquant’anni di matrimonio e ci siamo sempre dati da fare, lavoro, figli, genitori, fino a quando il buon Dio ha permesso di lasciarceli, lavoro, duro lavoro, ma niente lui era sempre stato sano, non una influenza, un raffreddore, sempre in forza, ma ogni tanto mi diceva, sai cara ho quasi timore di andare in pensione, mi hanno detto che è l’anticamera, mi sentirei inutile, che senso avrebbe fare quella vita, seduto in una panchina o a giocare a bocce, io sono ancora giovane, mi diceva, sono ancora in gamba, ho ancora tanto da fare, non voglio essere un pensionato seduto alla panchina, cosi, ogni tanto usciva con queste frasi e io cercavo di sviare il discorso, per un certo periodo sembrava non pensava a quelle cose, ma ogni tanto ci cascava, non capivo perché diceva queste cose, anche perché avevamo messo in programma molti viaggi da fare appena fosse stato in pensione, dovevamo visitare molti parenti, vicini e lontani, questo volevamo fare, e mentre il giorno della sua pensione si avvicinava, aveva sempre di più la voglia di viaggiare e fare tutte quelle cose che non avevamo potuto fare prima, per molti motivi, il giorno del suo pensionamento fu memorabile, abbiamo fatto festa, sia in compagnia, che da soli, eravamo molto contenti, anche io lo ero, finalmente avevo mio marito tutto per me, i nostri figli si erano sistemati e quindi eravamo completamente liberi, resta di fatto che due settimane di pensione, cominciò ad accusare un leggero fastidio alla spalla, niente di serio, avevamo pensato fosse stato un colpo di freddo, anche lui sottovalutava questo piccolo dolore, passa, ritorna più forte, strano, andiamo dal medico di base, mi disse: Signora lo porti subito al pronto soccorso, visto che era molto convinto e deciso, andammo, anche li appena lo videro, qualche semplice esame, poi l’immediato ricovero, nel reparto tutto fu un veloce susseguirsi di eventi, gli esami, la diagnosi, l’intervento e la convalescenza, in poco tempo sono andati in fumo i nostri sogni, tutto, ora non sarà più come volevamo, tutto è cambiato, per lui l’infarto è stato un duro colpo, ma pensa te come è strana la vita”, la signora quasi accennava un pianto, ma riuscì a trattenersi, ma loro tre non aggiunsero altro, solo Virgilio riuscì a trovare le parole giuste per fargli coraggio, la salutarono e ripercorsero il corridoio, ritornando nella stanza di Ercole.

L’ideale

Febbraio 27, 2009

Nel mondo esistono tante persone, con caratteri diversi, sembrerebbe non capirci niente in questo, ma molte hanno fattori comuni che possono essere riconosciuti.

L’idealista o sognatore, queste persone nella loro mente hanno un grande progetto, un sogno, che vogliono realizzare, realizzare la loro idea delle cose, da non confondere con le persone pratiche o ambiziose, queste ultime, alla domanda: “Perché fai queste cose?”, rispondono sempre con frasi che indicano il fine ultimo nell’ottenimento di un prestigio, diventare professore, imprenditore, politico, etcc…, mentre il sognatore supera questo modo di pensare, quella per loro è solo uno strumento per raggiungere uno scopo più grande.

Le persone che desiderano il potere in modo spasmodico, possono arrivare molto in alto, ma solo chi è mosso da una visione può fare cose che gli altri nemmeno riescono a pensare, cose che giudicano una follia.

I sognatori, sono diversi dagli ambiziosi che hanno bisogno di ricchezza e onori per sentirsi qualcuno, sono diversi dai fanatici che vogliono imporre il loro credo o il loro regime politico con la violenza. Essi non vogliono dominare, vogliono creare, creare non appartiene alla dimensione del prendere, ma del dare, non dell’egoismo, ma dell’altruismo.

Chi ha un sogno non comanda, non esige ubbidienza, ma cerca di edificare, insieme, qualcosa che riguarda tutti.

Egli concepisce il comando come un’ appello, e l’ubbidienza come un’ assenso.

I sognatori sono destinati a vivere nell’ incomprensione e negli ostacoli, finché non hanno dimostrato l’impossibile, finché non hanno realizzato il loro sogno.

Dio

Febbraio 27, 2009

Entità suprema di una religione monoteista. In questo tipo di confessione, un unico Dio è considerato creatore o fonte dell’esistente e si parla di lui in termini di perfezione e assoluto: infinitezza, immutabilità, eternità, bontà, onniscienza e onnipotenza sono infatti i suoi attributi; la maggior parte delle religioni monoteiste attribuisce a Dio tratti che possono essere intesi letteralmente o metaforicamente.

Ebraismo, cristianesimo e Islam

In ebraismo, cristianesimo e Islam, le tre grandi religioni monoteiste, Dio, o Jahvé, o Allah, è concepito prima di tutto in termini di trascendenza, personalità e unità.

L’idea ebraica di Dio

Il concetto di trascendenza è introdotto nei primi versetti dell’Antico Testamento nei quali Dio è presentato come creatore. Dire che il mondo è creato significa che non è indipendente da Dio, né sua emanazione, ma esterno a lui, prodotto della sua volontà, così che egli è il Signore di tutta la Terra. Ciò motiva il rifiuto ebraico nei confronti dell’idolatria: nessuna creatura può rappresentare il Creatore ed è proibito crearne un’immagine materiale. Ma l’uomo è creato a immagine di Dio, da cui l’esplicito antropomorfismo biblico; Dio promette e minaccia, può essere adirato e persino geloso, ma i suoi attributi specifici sono giustizia, misericordia, verità e fedeltà. È rappresentato come re, giudice, pastore, alleato del suo popolo, accettando così di limitarsi. Un simile Dio, benché rappresentato antropomorficamente, è un Dio vivente. Il suo nome, “sono colui che sono” non veniva inizialmente interpretato in accezione metafisica, come avvenne in seguito. È un Dio unico, il cui comandamento è: “non avrai altro Dio all’infuori di me”.

Concezioni cristiane

 

Il cristianesimo si manifestò inizialmente come una setta dell’ebraismo: adora lo stesso Dio e ne conserva quelle medesime Scritture divenute per i cristiani l’Antico Testamento. L’affermazione della divinità di Gesù fu tuttavia causa di contrasti con la tradizione ebraica. La dottrina della Trinità, già presente nel Nuovo Testamento, venne completamente elaborata nel IV secolo. Il Dio dell’Antico Testamento è per i cristiani il Padre, il nome con cui lo aveva chiamato Gesù, e che è utilizzato per sottolineare il suo amore e cura per gli uomini piuttosto che la potenza. Gesù stesso, riconosciuto come il Cristo, è indicato come Figlio incarnato o Verbo (Logos), manifestazione concreta di Dio nel finito. Entrambe le espressioni, Figlio e Verbo, implicano la distinzione dal Padre ma anche l’essere “della stessa sostanza” (greco homooùsios). Lo Spirito Santo, secondo la Chiesa cattolica procedente dal Padre e dal Figlio, per quella orientale solo dal Padre (è l’argomento della controversia del filioque), è amorevole presenza di Dio nella creazione. Il termine “persone” riferito alla Trinità non ha il senso moderno del termine e non dissolve l’unità di Dio.

Islam

L’Islam nacque come vigorosa reazione agli antichi culti pagani arabi e di conseguenza è la più rigidamente monoteista tra le religioni bibliche. Il nome Allah significa “il Dio”: è personale, trascendente e unico ed è vietato rappresentarlo in qualsiasi forma di creatura. La prima norma di fede è: “Non c’è dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta”. Allah ha sette attributi fondamentali: vita, conoscenza, potenza, volontà, udito, vista e parola, di cui gli ultimi tre non devono essere intesi in senso antropomorfico. La sua volontà è assoluta e tutto quel che accade nel mondo dipende da lui, fino al punto che credenti e infedeli sono predestinati rispettivamente alla fede e alla miscredenza.

Concezioni di Dio nella teologia e filosofia occidentali

Molti pensatori religiosi sostengono che Dio è così “altro” rispetto agli esseri finiti che deve essere considerato essenzialmente un mistero posto oltre le possibilità dell’umana comprensione. Nondimeno, numerosi filosofi e teologi postulano la possibilità di una limitata conoscenza di Dio e formulano differenti concezioni circa gli attributi divini e le vie alla conoscenza.

Approccio filosofico e religioso

 

Le concezioni filosofiche di Dio sono state talvolta perfino antitetiche a quelle religiose: nel XVII secolo, ad esempio, Blaise Pascal, matematico e pensatore religioso francese, oppose all’astratto “Dio dei filosofi” il “Dio della fede”, realtà vivente ed essenza del vissuto individuale. I mistici sostengono generalmente la superiorità della loro conoscenza, esperienza diretta dell’essere divino, rispetto alle dimostrazioni di filosofi e teologi (vedi Mistica).

Alcuni teologi hanno tentato di combinare l’approccio filosofico con quello empirico: ad esempio Paul Tillich, teologo tedesco del XX secolo, si riferisce a Dio come al “fondamento dell’essere” e, nello stesso tempo, “cura estrema”. È forse inevitabile, tuttavia, una certa tensione tra le modalità della riflessione teologica e il modo in cui la maggioranza dei credenti pensa Dio.

Attributi fondamentali

Dio può essere pensato come trascendente (“sopra” il mondo), sottolineando la sua alterità, la sua indipendenza dal mondo e il suo potere su di esso, oppure immanente (“abitante” nel mondo), sottolineando la sua presenza e la partecipazione alle vicende del mondo. È stato pensato come personale, anche se alcuni teologi hanno sostenuto che questo concetto è inadeguato a Dio e che egli deve essere pensato come impersonale, o sovrapersonale.

Questi elementi contrastanti vengono spesso variamente combinati: così il teismo sottolinea la trascendenza divina e il panteismo identifica Dio e l’ordine cosmico. Tentativi di conciliare dialetticamente in Dio caratteristiche apparentemente opposte sono comuni nell’opera degli scrittori religiosi e mistici che tentano di rendere giustizia alla varietà e alla complessità dell’esperienza religiosa. Ad esempio, Nicola Cusano, filosofo tedesco del XV secolo, ritenendo che Dio si possa cogliere solo nell’intuizione mistica, sottolineò la “coincidenza degli opposti” in Dio, mentre Søren Kierkegaard, filosofo danese del XIX secolo, preferì insistere sulla natura paradossale della fede religiosa. Queste affermazioni suggeriscono che la struttura del discorso teologico è inevitabilmente “altra” rispetto alla natura del discorso riguardante gli enti finiti.

Fondamenti della fede

Nonostante la grande varietà di concezioni di Dio, la credenza in un essere supremo è stata prevalente in quasi tutte le società della storia. Sin dall’antichità, tuttavia, questa credenza è stata combattuta da orientamenti filosofici e religiosi come lo scetticismo, il materialismo e l’ateismo: la proporzione dei non credenti è maggiore nelle società moderne che nella maggioranza di quelle passate.

Tipi di non credenza

Numerosi sono gli argomenti contro la fede in Dio. Gli atei escludono assolutamente l’esistenza di Dio. Alcuni, ad esempio, credono che l’universo materiale costituisca la realtà ultima; altri affermano che la forza della sofferenza e del male nel mondo escluda l’esistenza di un essere sacro. Gli agnostici pensano che le prove pro e contro l’esistenza di Dio non consentano una conclusione e sospendono il giudizio. I positivisti ritengono che l’indagine razionale debba limitarsi ai fatti empirici, così che l’affermazione o la negazione di Dio siano prive di significato.

La natura del credere

Se Dio è il fondamento e la sorgente dell’essere e non semplicemente un altro essere, sia pure quello supremo, non esiste nel modo in cui esistono le cose del mondo. Credere in Dio è avere fede nel fondamento ultimo dell’essere, o nella razionalità ultima e nella bontà del sistema complessivo del tutto. Questo modo di formulare la questione lascia aperti i problemi di trascendenza e immanenza, essere personale o impersonale ecc. Il primo fondamento del credere è rinvenibile nell’esperienza, specialmente in quella religiosa. Esistono numerose esperienze nelle quali si dà prova che il Sacro incide sulla vita individuale: esperienze mistiche, di conversione, sensazioni di una presenza, a volte visioni, che possono giungere con la forza di una rivelazione.

Oltre a esperienze religiose specifiche, ce ne sono altre in cui si diventa coscienti dell’esistenza di un’entità che viene chiamata Dio: esperienze morali, relazioni interpersonali, il senso del bello, la ricerca della verità, la coscienza della finitudine, perfino l’incontro con la sofferenza e la morte. Queste sono chiamate a volte situazioni-limite, termine usato dal filosofo Karl Jaspers, perché coloro che vivono tali esperienze sembrano urtare contro i limiti del proprio essere. In tal modo, tuttavia, acquistano coscienza di un essere che li trascende, con la percezione della differenza e della somiglianza, consapevoli di ciò che il teologo protestante tedesco Rudolf Otto, in una definizione ormai classica, chiamò mysterium tremendum et fascinans, il mistero che incute timore ed esercita fascino contemporaneamente.

Argomenti formali per l’esistenza di Dio

Per molte persone tali esperienze del Sacro sono evidenti ed esse non desiderano compiere indagini ulteriori. Ogni esperienza umana, tuttavia, è fallibile ed è dunque possibile che anche l’esperienza del Sacro sia illusoria; questa possibilità ha portato alcuni credenti a cercare un fondamento razionale della fede in Dio che confermi l’esperienza. Si sono compiuti numerosi tentativi per dimostrare l’esistenza di Dio.

Nel Medioevo sant’Anselmo sostenne che l’idea stessa di essere di cui non se ne possa pensare uno più perfetto implica la sua esistenza, perché l’esistenza stessa è un aspetto della perfezione. Molti filosofi hanno negato la validità logica di questo passaggio dall’idea all’esistenza di fatto, ma questo argomento ontologico è ancora discusso. Nel XIII secolo san Tommaso d’Aquino propose cinque prove dell’esistenza di Dio, tuttora accolte dalla Chiesa cattolica: 1) il divenire, attestato dall’esperienza, è sempre passaggio dalla potenza all’atto e richiede, in ultima istanza, un atto puro; 2) la catena delle cause deve fondarsi su una causa prima non causata; 3) i fatti contingenti del mondo, cioè quei fatti che avrebbero potuto accadere anche diversamente da quello che sono, presuppongono un essere necessario che li ha determinati; 4) si può osservare nell’universo una gerarchia degli enti superiori e inferiori e ciò rimanda a una realtà perfetta al vertice della gerarchia; 5) l’ordine e l’armonia della natura richiedono che alla loro sorgente esista un essere che possiede la massima sapienza.

Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, rifiutò gli argomenti di Tommaso, ma sostenne la necessità dell’esistenza di Dio come supporto e garanzia della vita morale. Questi argomenti a sostegno dell’esistenza di Dio sono stati sottoposti a critiche ripetute e penetranti e vengono riformulati costantemente. Si riconosce generalmente che nessuno di essi costituisce una prova definitiva, ma molti credenti osserverebbero che questi argomenti hanno una forza collettiva: lungi dal rappresentare una prova decisiva, costituiscono un notevole indice di probabilità, specialmente se venissero uniti alle prove che emergono dall’esperienza religiosa. In ultima istanza, però, credere in Dio è un atto di fede che deve radicarsi nell’esperienza personale.

Religioni asiatiche e altre religioni

Malgrado le differenze, le concezioni di Dio di ebraismo, cristianesimo e Islam presentano elementi comuni; le grandi religioni asiatiche, invece, appartengono a un universo culturale assai diverso. Perfino l’uso della parola “Dio” nel contesto delle religioni asiatiche può essere fuorviante, poiché comporta generalmente la connotazione di personalità, mentre potrebbe risultare più pregnante la categoria del “Sacro”, che include sia l’idea di un Dio personale sia quella di un assoluto impersonale o sovrapersonale.

Induismo

 

Nell’induismo il Sacro può essere inteso in vari modi. Filosoficamente è inteso come Brahma, l’unica realtà eterna, assoluta, che pervade totalmente l’esistente, così che il mondo del mutamento è solo apparenza superficiale (maya). Nella religione popolare vengono riconosciuti numerosi dei, ma, intesi correttamente, essi sono manifestazioni di Brahma, ciascuna delle quali possiede funzioni proprie. I tre dei principali, con il compito rispettivamente di creare, conservare e distruggere, sono uniti nel Trimurti, o tre potenze, che ricorda la Trinità cristiana. In senso stretto il dio creatore non crea nel senso ebraico-cristiano perché il mondo è eterno ed egli è semplicemente il dio esistito fin dall’inizio. Nell’induismo della bhakti, la via della devozione personale, il dio Isvara è concepito come personale e non è dissimile dal dio della tradizione ebraico-cristiana.

Buddhismo e religione cinese

Si afferma talvolta che il buddhismo, nella forma Hinayana, sia ateo, ma non è così: gli dei sono reali, ma non sono la realtà ultima: lo è il Sacro, l’ordine cosmico impersonale. Un concetto simile è presente nell’antica religione greca (vedi Mitologia greca), nella quale il destino cosmico pare collocarsi a un livello persino superiore a quello delle divinità superne. Nel buddhismo Mahayana di Cina e Giappone il Buddha stesso è stato trasformato in essere divino, anche se il legame con il Buddha storico si attenuò o scomparve e queste figure del Buddha dell’Estremo Oriente simboleggiano entità cosmiche.

Nelle religioni cinesi autoctone, il politeismo puro dei culti popolari si modificò a contatto con le tradizioni filosofiche sviluppate dall’élite intellettuale. Anche in queste filosofie il Sacro supremo pare essere stato concepito come ordine impersonale. Nel taoismo esso è il ritmo dell’universo; nel confucianesimo è la legge morale del cielo.

Politeismo e animismo

Il politeismo concepisce l’esistenza di numerose entità sacre, ciascuna delle quali manifesta un particolare attributo divino o si cura di un aspetto specifico della natura o degli eventi umani.

Il politeismo fu la forma religiosa più comune nel mondo antico ed ebbe ampio sviluppo in Egitto, Mesopotamia, Grecia, Roma e altrove. Tende però a sviluppare una concezione unitaria del divino (come dimostrato dall’induismo) quando una divinità del pantheon politeistico acquista una marcata superiorità sulle altre. Il politeismo probabilmente si sviluppò da una forma religiosa più tradizionale (ancora praticata in molte zone del mondo) chiamata animismo, la credenza in una molteplicità di forze spirituali localizzate e dotate di un potere limitato, alcune benevole, altre ostili. Nell’animismo il senso del Sacro pervade l’intera natura.

 

Bibbia

Febbraio 27, 2009

Detta anche Sacra Bibbia (greco, byblos, “libro”), il libro sacro dell’ebraismo e del cristianesimo. La Bibbia dell’ebraismo e quella del cristianesimo presentano importanti differenze. La Bibbia ebraica, testo sacro degli ebrei, è composta da 39 libri originariamente scritti in ebraico, fatte salve alcune sezioni in aramaico. La Bibbia cristiana è suddivisa in due parti: l’Antico Testamento e i 27 libri del Nuovo Testamento. La versione dell’Antico Testamento usata dai cattolici è identica alla Bibbia dell’ebraismo, ma comprende sette libri in più e alcuni libri aggiuntivi (vedi tavola di accompagnamento); la versione dell’Antico Testamento usata dai protestanti si limita ai 39 libri della Bibbia ebraica. Gli altri libri e le inserzioni sono denominati apocrifi dai protestanti e libri deuterocanonici dai cattolici. A partire dal Medioevo i libri della Bibbia furono considerati un insieme unitario.

Ordine dei libri

L’ordine e il numero dei libri differisce nelle versioni ebraica, protestante e cattolica della Bibbia. Quella ebraica si suddivide in tre parti: Torah, o Legge, detta anche libri di Mosè; Nabiim, o Profeti, divisa in Primi e Ultimi Profeti; Ketubim, o Scritture, che comprende tra gli altri i Salmi e i libri sapienziali.

L’Antico Testamento cristiano suddivide i libri secondo l’argomento: il Pentateuco, che corrisponde alla Torah; i libri storici; i libri poetici o sapienziali; i libri profetici. In questo indice taluni individuano una sensibilità alla prospettiva storica dei libri: primi nell’ordine sono quelli relativi al passato, poi al presente e infine al futuro. La versione cattolica e quella protestante dell’Antico Testamento collocano i libri nella medesima sequenza, ma la versione protestante accoglie soltanto i libri che si trovano nella Bibbia ebraica.

Il Nuovo Testamento comprende: i quattro Vangeli; gli Atti degli Apostoli; le lettere di Paolo e di altri scrittori; l’Apocalisse, o libro della Rivelazione.

Uso

La Bibbia è un testo religioso, sacro per ebrei e cristiani. Viene letta durante tutte le funzioni religiose e i suoi versetti sono all’origine di ogni predica liturgica; è anche utilizzata per lo studio e le pratiche devote private. Il suo linguaggio ha ispirato le preghiere, la liturgia e l’innodia ebraica e cristiana.

Ispirazione biblica

Il cristianesimo delle origini ereditò dall’ebraismo l’autorevolezza delle Scritture, senza mai porla in discussione. Anche se inizialmente non venne proposta alcuna dottrina formale riguardante l’ispirazione delle Scritture i cristiani in generale ritenevano che la Bibbia fosse depositaria della parola di Dio, comunicata dal suo Spirito, prima attraverso i patriarchi e i profeti, poi attraverso gli apostoli (vedi Apocalisse). Non a caso gli autori dei libri del Nuovo Testamento si appellavano all’autorità delle Scritture ebraiche per sostenere le proprie affermazioni su Gesù. Nel corso del XIX secolo, come risposta alla nascita della critica biblica che spesso pareva mettere in dubbio l’origine divina delle scritture, si affermò una dottrina che riteneva la Bibbia ispirata dallo Spirito Santo e pertanto infallibile. Per spiegare tale dottrina, studiosi e teologi biblici hanno elaborato diverse teorie che variano da una dettatura verbale diretta e divina, a un’illuminazione dello scrittore ispirato alla comprensione della verità da lui espressa, che si tratti di una verità rivelata o appresa dall’esperienza.

Importanza e influenza

 

L’importanza e l’influenza della Bibbia tra cristiani ed ebrei può essere spiegata in termini di influenza della tradizione, degli usi e delle credenze: i gruppi religiosi ritengono di essere guidati dalla Bibbia. In un certo senso è la comunità religiosa la vera autrice delle Scritture, avendole sviluppate, serbate, utilizzate e infine canonizzate nei libri biblici ufficiali. L’antico Israele e la Chiesa delle origini conoscevano molti altri libri non contenuti nella Bibbia, ma i libri biblici vennero custoditi e utilizzati per ciò che comunicavano e per come lo comunicavano, e vennero canonizzati per via dell’utilizzo e dell’attendibilità raggiunti. La Bibbia è il libro più diffuso nella storia dell’umanità ed ha esercitato un’enorme influenza non soltanto per quanto riguarda la sacralità che le viene attribuita, ma anche per la sua ricchissima testimonianza culturale. In particolare, la letteratura, l’arte e la musica della cultura occidentale sono fortemente debitrici, nei loro temi, ai motivi e alle immagini bibliche. Le traduzioni moderne della Bibbia, come la traduzione tedesca di Martin Lutero (completata nel 1534), non solo hanno influenzato la letteratura, ma hanno anche plasmato l’evoluzione della lingua. Simili effetti continuano a essere avvertiti nelle nazioni di recente formazione, dove le traduzioni della Bibbia nell’idioma locale concorrono a plasmare le tradizioni linguistiche.

L’Antico Testamento

Il cristianesimo include nell’indice del proprio testo sacro tutte le scritture di un’altra religione, l’ebraismo. Questo fatto può stupire, ma non se si considera quanto segue: il termine “Antico Testamento” (dalla parola latina che significa anche “alleanza”) fu applicato a quelle scritture sulla base degli scritti di san Paolo e di altri antichi cristiani che distinguevano tra l’”Antica Alleanza”, stipulata tra Dio e Israele, e la “Nuova Alleanza”, istituita mediante Gesù Cristo. Siccome la Chiesa delle origini credeva nella continuità della storia e dell’attività divina, incluse nella Bibbia cristiana i documenti scritti sia dell’Antica che della Nuova Alleanza.

La letteratura dell’Antico Testamento

Da un punto di vista letterario, l’Antico Testamento è un’antologia di libri diversi, disomogenea quanto a paternità, date di composizione o genere letterario. In senso lato, i libri dell’Antico Testamento e le sezioni sono identificabili come narrazioni, opere poetiche, opere profetiche, leggi o apocalissi, generi propri della letteratura e della tradizione orale che non si trovano solo nell’Antico Testamento, ma in tutta la letteratura antica, soprattutto in quella mediorientale. Va notato però che altre categorie, quali l’autobiografia, il teatro o la satira, non hanno trovato cittadinanza nell’Antico Testamento.

Narrazioni

Quanto a forma e contenuto, parecchi libri dell’Antico Testamento sono narrazioni, raccontano cioè eventi del passato. Come i racconti, hanno un intreccio, la caratterizzazione dei partecipanti e la descrizione dell’ambiente in cui si svolgono gli avvenimenti. Le narrazioni storiche dell’Antico Testamento sono opere popolari e non critiche, perché lo scrittore tende ad avvalersi di una tradizione orale, spesso inaffidabile, per scrivere il proprio racconto. Inoltre, le narrazioni furono scritte con un intento religioso e possono essere definite “storie di salvezza”, poiché intendono mostrare il coinvolgimento di Dio negli eventi umani.

Opere poetiche

I libri poetici – sapienziali o di culto – dell’Antico Testamento sono i Salmi, Giobbe, i Proverbi, l’Ecclesiaste e il Cantico dei Cantici; i libri deuterocanonici e gli apocrifi sono il Siracide e la Preghiera di Manasse.

Caratteristiche generali

La poesia ebraica presenta due caratteristiche principali. La prima, più facile da individuare, è il parallelismo dei versi o di altre parti. Il significato di un verso, ad esempio, può essere riaffermato da un secondo verso, come nei Salmi 6:1: “O Signore non punirmi nel tuo sdegno non castigarmi nel tuo furore”. Il secondo verso può anche illustrare l’aspetto negativo dell’argomento del primo, come nei Proverbi 15:1: “Una risposta gentile calma la collera una parola pungente eccita l’ira”. In altri casi, il secondo verso può ampliare o spiegare il significato del primo. L’altra caratteristica principale della poesia ebraica è il ritmo, che pare si conformasse sul numero degli accenti presenti in ogni verso. Uno dei metri più facilmente riconoscibili è quello del qina, o canto funebre, in cui il primo verso ha tre battute o sillabe accentate e il secondo due.

Poesia lirica

La letteratura cultuale di Israele era poesia lirica, doveva cioè essere cantata. Quasi tutti i canti sono raccolti nel libro dei Salmi. Molti sono inni, canti che celebrano Dio, il suo operato a favore di Israele o la creazione; altri sono lamenti collettivi, cioè suppliche cantate dal popolo oppresso da una calamità collettiva. Circa un terzo dei Salmi sono lamenti individuali. Quando alla nazione o al singolo vengono risparmiate pene, si intonano canti di ringraziamento. Alcuni Salmi, infine, celebrano l’incoronazione del re d’Israele come un particolare servo di Dio.

Poesia sapienziale

La poesia sapienziale comprende raccolte di detti sapienziali e di brevi poesie, come il libro dei Proverbi, e lunghe composizioni letterarie, come il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste e il Siracide. Le composizioni più brevi sono i proverbi, i detti e gli ammonimenti, di solito non più lunghi di due righe. L’argomento è vario: si va da consigli pratici per vivere un’esistenza conforme alla morale e foriera di successo, a riflessioni sul rapporto tra il percorso rappresentato dalla via della sapienza e l’obbedienza alla legge rivelata da Dio. Giobbe si tormenta sul problema della sofferenza del giusto e l’Ecclesiaste medita tristemente sul significato della vita rispetto alla morte.

Legge

 

Nelle Scritture ebraiche il materiale giuridico è così copioso che gli ebrei attribuirono il termine Torah (Legge) ai primi cinque libri della Bibbia. La legge ha una posizione preponderante nei libri: Esodo, Levitico e Numeri. Il traduttore greco della Bibbia denominò il V libro Deuteronomio (Seconda legge) perché, anche se riporta essenzialmente le ultime parole e azioni di Mosè, registra tuttavia numerose leggi, spesso inserite nell’interpretazione o nella preghiera. Gli studiosi hanno identificato nel diritto ebraico due filoni principali, l’apodittica e la casuistica. Il diritto apodittico è rappresentato dai Dieci Comandamenti. Le leggi sono affermazioni inequivocabili della volontà di Dio riguardo al comportamento umano e sono compendiate in prescrizioni (positive) o divieti (negative). Le leggi casuistiche vengono invece formulate in due parti: la prima pone una condizione (“Quando un uomo ruba un bue o un montone e poi lo scanna o lo vende…”), la seconda descrive le conseguenze legali (“…darà come indennizzo cinque capi di grosso bestiame per un bue e quattro capi di bestiame minuto per una pecora.”, Esodo 22:1). Sono generalmente relative a problemi connessi all’agricoltura o alla vita urbana. Quanto a forma e contenuto, le leggi casuistiche somigliano a quelle del Codice di Hammurabi e di altri antichi codici mediorientali.

Scritti apocalittici

L’apocalisse come genere a sé nacque in Israele nel periodo successivo all’esilio, cioè dopo la cattività babilonese degli ebrei (597-538 a.C.). Un’”apocalisse” (dal greco, “rivelazione”) svela eventi futuri riferendo dettagliatamente sogni o visioni, avvalendosi di immagini intensamente simboliche e talora bizzarre, che vengono a loro volta spiegate e interpretate. Negli scritti apocalittici generalmente l’epoca contemporanea all’autore è considerata come un periodo in cui i poteri del male si riuniscono per la lotta finale contro Dio, alla quale seguirà una nuova era. Daniele è l’unico vero libro apocalittico nelle Scritture ebraiche; la prima metà (capp. 1-6) è una vera e propria serie di racconti leggendari. Negli ultimi due secoli a.C. e nel primo d.C., l’ebraismo produsse numerose altre opere apocalittiche che non vennero mai considerate canoniche, tra le quali Enoc, la guerra tra i figli della Luce e i figli delle Tenebre e l’apocalisse di Mosè (vedi Pseudoepigrafici).

Lo sviluppo dell’Antico Testamento

Nati in periodi e luoghi diversi, tutti i libri dell’Antico Testamento presuppongono una lunga storia di trasmissione ed elaborazione avvenuta prima della loro raccolta e canonizzazione. Ebrei e cristiani hanno opinioni diverse riguardo alla paternità e alla data di composizione dei libri e, poiché molti dati storici sono ignoti, le conclusioni al riguardo vengono continuamente riviste alla luce di nuovi metodi e scoperte. In linea di massima, molti libri biblici sottendono la tradizione orale. La maggior parte dei racconti della Genesi, ad esempio, circolava oralmente prima di acquistare una veste scritta; i discorsi profetici nacquero in forma orale; praticamente tutti i Salmi, nati in forma scritta o orale, furono composti per essere cantati ad alta voce durante le funzioni religiose. Non è esatto, però, dire che la trasmissione orale precorse la letteratura scritta per essere poi soppiantata dai libri; la tradizione orale, anzi, è esistita per secoli a fianco del materiale scritto.

Il Pentateuco

Secondo la tradizione ebraica e cristiana, l’autore del Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia, era Mosè. L’attribuzione sembra originata in parte dal fatto che gli ebrei li definissero i libri “di” Mosè; questo però significava “relativi a” Mosè, come dimostra il fatto che il Deuteronomio, l’ultimo dei cinque libri, narra della sua morte. In realtà i libri sono anonimi. Confrontandoli, gli studiosi moderni hanno concluso che i differenti autori del Pentateuco attinsero a fonti diverse, ciascuna attribuibile a scrittori e periodi distinti.

Le fonti differiscono nel vocabolario, nello stile letterario e nella prospettiva teologica. La più antica è quella jahvista (J, dall’uso del nome divino Jahve, il moderno Jehovah o Geova), che si fa risalire al X o IX secolo a.C.; segue quella eloista (E, dall’uso generale del nome Eloim per indicare Dio), intorno all’VIII secolo a.C.; quella del Deuteronomio (D, limitata al libro e a pochi altri brani), risale alla fine del VII secolo a.C.; quella del Codice Sacerdotale (P, dal tedesco Priesterkodex, per l’importanza attribuita alle leggi del culto e alle occupazioni sacerdotali) risale al VI o V secolo a.C. Chi stilò questi si limitò a raccogliere, organizzare e interpretare le antiche tradizioni orali e scritte. Perlopiù, dunque, i contenuti delle fonti sono molto più antichi delle fonti stesse. Alcuni degli elementi scritti più antichi sono parte di opere poetiche, come il Cantico del Mare (Esodo 15), mentre parte del materiale giuridico deriva da antichi codici.

La storia deuteronomica

Si è ormai riconosciuto che i libri Deuteronomio, Giosuè, Giudici, il primo e il secondo libro di Samuele e il primo e il secondo libro dei Re costituiscono un racconto unico della storia di Israele dai tempi di Mosè (XIII secolo a.C.). Il racconto è denominato “storia deuteronomica” perché, per quanto concerne lo stile letterario e la prospettiva teologica, è totalmente simile al Deuteronomio. Sulla base degli ultimi eventi riportati, si pensa che esso fu scritto intorno al 560 a.C., durante l’esilio.

L’autore (o gli autori) opera in parte come uno storico, cioè raccogliendo e strutturando le fonti, sia scritte che orali, e utilizzando materiali di varia provenienza, e in parte come teologo: secondo lui Israele era caduta nelle mani dei babilonesi perché aveva disobbedito alla legge di Mosè.

I libri poetici

È difficile datare o stabilire la paternità della poesia cultuale e sapienziale dell’Antico Testamento, soprattutto perché contiene scarsissime indicazioni storiche. Secondo la tradizione, l’autore dei Salmi sarebbe Davide, ma l’attribuzione si è fondata sulle glosse aggiunte in epoca successiva alla composizione. L’attribuzione dei proverbi a Salomone è da ricondurre alla tradizione della sua grande saggezza. La poesia sapienziale contiene alcuni dei materiali più antichi delle Scritture ebraiche nei detti e alcuni di quelli più recenti in composizioni quali l’Ecclesiaste e il Siracide.

I libri profetici

Forse nessuno dei libri profetici è interamente attribuibile a chi con il suo nome gli dà il titolo; inoltre, in molti casi persino le parole originali del profeta furono riferite da altri: ne è un esempio, la storia di Baruc, lo scriba di Geremia (Geremia 36 e Isaia 8:16), che riferì nel libro che porta il suo nome le parole del suo maestro. Quando, ad esempio, il libro di Amos (755 a.C. ca.) fu utilizzato nel periodo dell’esilio, venne corredato di un nuovo finale che prometteva migliori destini (Amos 9:8-15).

Il canone

La Bibbia ebraica e la versione cristiana dell’Antico Testamento furono canonizzate in epoche e luoghi differenti, ma lo sviluppo del canone cristiano ha sempre come riferimento la Scrittura ebraica.

Il canone ebraico

La Bibbia ebraica divenne testo sacro in tre fasi che corrispondono alle tre sezioni del canone ebraico: Legge, Profeti e Scritture. Esistono prove evidenti del fatto che che la Torah (Legge) divenne testo sacro tra la fine dell’esilio babilonese (538 a.C.) e la separazione dei samaritani dall’ebraismo, probabilmente intorno al 300 a.C. I samaritani infatti riconoscevano come propria Bibbia solo la Torah. La seconda fase coincide con la canonizzazione di Nabiim (Profeti), allorché le parole riferite dai profeti finirono per essere considerate verbo divino; di fatto questa parte venne portata a termine alla fine del III secolo a.C., non molto prima del 200 a.C. Quando fu scritto il libro di Siracide (180 a.C.), si era giunti alla concezione di una Bibbia tripartita. Il contenuto della terza sezione, Ketubim (Scritture), rimase variabile fin dopo la caduta di Gerusalemme sotto il potere romano, nel 70 d.C. Alla fine del I secolo d.C. le autorità religiose ebraiche le avevano conferito una veste definitiva.

Il canone cristiano

 

L’attuale versione dell’Antico Testamento ebbe origine da una traduzione in greco degli antichi libri ebraici nota come Bibbia dei Settanta poiché, secondo la tradizione, fu portata a termine da 72 traduttori ebrei per il re Tolomeo II Filadelfo. Il processo di traduzione dall’ebraico in greco ebbe inizio nel III secolo a.C. fuori della Palestina perché le comunità ebraiche necessitavano delle Scritture nella lingua della loro nuova cultura. I libri aggiuntivi della Bibbia, compresi i supplementi ai libri antichi, ebbero origine perlopiù tra queste comunità ebraiche non palestinesi. Alla fine del I secolo d.C. esistevano due versioni delle Scritture ebraiche: la Bibbia ebraica, che era quella ufficiale, e l’Antico Testamento greco (i Settanta), i cui libri aggiuntivi furono riconosciuti ufficialmente solo dai cristiani.

Le diverse comunità ebraiche fornirono col tempo nuove e differenti redazioni in greco, che vennero raccolte e confrontate filologicamente da Origene nella sua monumentale versione della Bibbia nota come Hexapla; fra le versioni latine si impose la Vulgata di san Gerolamo, voluta da papa Damaso I.

La svolta più recente nella storia del canone cristiano si è avuta nel periodo della Riforma protestante. Traducendo la Bibbia in tedesco, Martin Lutero eliminò dall’Antico Testamento i libri che non erano nella Bibbia ebraica definendoli “apocrifi”; egli cercò in tal modo di tornare al canone e al testo più antichi, e di opporre l’autorità di quell’antica versione della Bibbia all’autorità della Chiesa. Vedi Apocrifi.

Testi e versioni antiche

Tutti i traduttori contemporanei della Bibbia cercano di recuperare la versione più antica del testo, o almeno quella che si presume più prossima all’originale; non esistono copie originali o autografe, bensì centinaia di manoscritti differenti che presentano numerose varianti. Di conseguenza, qualsiasi tentativo di stabilire la versione più attendibile di un libro o versetto deve basarsi su un lavoro meticoloso e sul confronto con l’opera di altri studiosi.

Testi masoretici

Riguardo all’Antico Testamento, la distinzione principale avviene fra i testi scritti in ebraico e le versioni o traduzioni redatte in altre lingue antiche. I testi in ebraico più importanti, e in linea di massima più attendibili, sono i testi masoretici, composti da studiosi ebrei, i “masoreti”, che si assunsero il compito di copiare fedelmente e tramandare la Bibbia. Questi studiosi, che operarono durante tutto il Medioevo, fornirono il testo con i segni diacritici, le vocali (i testi ebraici originali recavano solo le consonanti) e un apparato di note. La stampa della Bibbia ebraica ufficiale che è attualmente in uso è la riproduzione di un testo masoretico scritto nel 1088 la cui versione manoscritta, sotto forma di codice o libro, si trova nella biblioteca pubblica di San Pietroburgo. Un altro manoscritto masoretico, il “Codice di Aleppo”, risalente alla prima metà del X secolo d.C., è il testo base per la nuova versione, in preparazione presso l’università ebraica di Israele.

Esistono tuttora, comunque, manoscritti ebraici ancora più antichi, masoretici e non, di singoli libri. Alcuni, risalenti al VI secolo, furono scoperti solo alla fine del XIX secolo nella genizah (la stanza dove sono raccolti i manoscritti) della sinagoga del Cairo. A partire dal 1947, nella regione del mar Morto sono stati rinvenuti numerosi manoscritti e frammenti, molti dei quali risalenti all’era precristiana (vedi Manoscritti del mar Morto).

La Bibbia dei Settanta e altre versioni greche

Le versioni più apprezzate della Bibbia ebraica sono le traduzioni in greco. In alcuni casi le versioni greche sono addirittura migliori di quelle ebraiche, perché basate su testi ebraici più antichi di quelli che oggi abbiamo a disposizione. Numerosi manoscritti greci sono molto più antichi del manoscritto dell’intera Bibbia ebraica, e furono inseriti nelle copie della Bibbia cristiana completa che risalgono al IV e al V secolo. I più importanti sono il Codice Vaticano (nella Biblioteca Vaticana), il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino (entrambi al British Museum).

La versione greca più importante si chiama Bibbia dei Settanta. Venne effettuata ad Alessandria nel III secolo a.C. e comprendeva unicamente la Torah, mentre il resto delle scritture ebraiche fu tradotto in seguito da altri studiosi. Vennero eseguite numerose altre traduzioni greche, la maggior parte delle quali sopravvive solo in forma di frammenti o citazioni da parte degli antichi padri della Chiesa e di altri scrittori. Tra queste ricordiamo le versioni di Aquila, Simmaco, Teodozione e Luciano. Il teologo cristiano del III secolo Origene studiò i problemi presentati da queste diverse versioni e preparò un’edizione critica, detta Hexapla perché presentava in sei (greco, esa) colonne parallele il testo ebraico, il testo ebraico traslitterato in greco, Aquila, Simmaco, i Settanta e Teodozione.

Peshitta, Vetus latina, Vulgata e Targum

Tra le altre versioni ricordiamo la cosiddetta Peshitta, o Bibbia siriaca, la cui traduzione cominciò forse già nel I secolo d.C.; quella in latino antico, Vetus latina, tradotta non dall’ebraico, ma dalla Bibbia dei Settanta nel II secolo; la Vulgata, tradotta in latino dall’ebraico da san Gerolamo alla fine del IV secolo. Vanno ricordate anche le parafrasi aramaiche Targum. Per quanto riguarda l’ebraismo, quando l’aramaico sostituì l’ebraico nell’uso quotidiano, divennero necessarie traduzioni, che dapprima accompagnarono la lettura orale delle Scritture nella sinagoga, e in seguito vennero scritte. I Targum non erano traduzioni letterali, ma parafrasi o interpretazioni dell’originale.

Antico Testamento e storia

In ogni sua pagina, l’Antico Testamento, richiama l’attenzione sulla realtà e l’importanza della storia. Nella versione dell’Antico Testamento, la storia di Israele si presenta organizzata in una serie di eventi o periodi cruciali: l’esodo (con le vicende che si protraggono dall’epoca dei patriarchi alla conquista di Canaan), la monarchia, l’esilio babilonese e il ritorno in Palestina con il ripristino delle istituzioni religiose.

Separare l’interpretazione dalla storia

È importante distinguere tra l’interpretazione veterotestamentaria dei fatti e la critica storica. Per fornire una versione attendibile, allo storico occorrono fonti più o meno obiettive, contemporanee agli avvenimenti. La fonte principale di informazione sulla storia di Israele è l’Antico Testamento. Chi lo ha compilato era tuttavia interessato soprattutto alla rilevanza teologica del passato; inoltre, la maggior parte dei documenti risale a un’epoca più recente, a volte di secoli, rispetto agli avvenimenti descritti. Un corpus rilevante di prove scritte non è riconducibile al periodo precedente la monarchia istituita con la consacrazione di Saul come primo re di Israele nell’XI secolo a.C. Altre prove sono state offerte dall’archeologia, ma anch’esse devono venire giudicate criticamente (vedi Critica biblica). D’altra parte, tutti i testi biblici databili forniscono importanti notizie storiche, rivelando fatti riguardanti il periodo in cui vennero scritti, anche se non contengono sempre versioni attendibili degli avvenimenti che riportano.

L’esodo

Un’analisi attenta dei documenti biblici e un utilizzo ponderato delle prove archeologiche indicano come data dell’esodo dall’Egitto la seconda metà del XIII secolo a.C., ma non ne conosciamo il percorso. Non tutto Israele lo avrebbe compiuto, ma forse solo le tribù di Giuseppe. Il libro di Giosuè e quello dei Giudici (1-2) presentano due versioni diverse dell’ingresso di Israele in terra di Canaan. Nel primo (1-12) si parla di un’improvvisa conquista da parte degli israeliti sotto la guida di Giosuè, mentre il secondo (1-2) e altre tradizioni sostengono che alcune tribù penetrarono gradualmente nel paese e che trascorsero decenni, per non dire secoli, prima che Israele ne annettesse il territorio. Nei due secoli successivi al 1200 a.C., le singole tribù pervennero a una lunga e difficoltosa unificazione, sotto il nome di Israele.

La monarchia

La monarchia nacque nell’XI secolo a.C. a causa della minaccia esterna rappresentata dai filistei, che occupavano cinque città sulla pianura costiera. Saul unì le tribù e istituì una monarchia, ma venne ucciso assieme al figlio Gionata durante una battaglia contro i filistei. Divenne allora re Davide, prima della zona meridionale del paese e poi dell’intera nazione; spettò a lui porre per sempre fine alla minaccia filistea e dar vita a un regno fiorente e stabile, benché non esente da conflitti interni sulla reggenza. Gli succedette il figlio Salomone, che si circondò di una corte simile a quella di altri monarchi orientali e costruì una reggia e il grande tempio di Gerusalemme.

I regni di Israele e Giuda

 

Dopo la morte di Salomone, le tribù settentrionali si ribellarono. I due regni di Israele, a nord, e Giuda, a sud, non tornarono più uniti e spesso entrarono in conflitto. L’epoca delle due monarchie divise fu contrassegnata da minacce da parte di assiri, aramei e babilonesi. Israele, con capitale in Samaria, cadde sotto l’esercito assiro nel 722-721 a.C., la popolazione venne deportata e in sua vece si stabilirono stranieri. Giuda subì due umiliazioni per mano dei babilonesi: la resa di Gerusalemme nel 597 a.C. e la sua distruzione nel 586; in entrambe le occasioni, i prigionieri furono deportati a Babilonia. Il disastro dell’esilio venne preannunciato con largo anticipo dai profeti come punizione divina, ma l’esperienza indusse gli israeliti a meditare sull’elezione divina del loro popolo e a riconsiderare le antiche tradizioni.

Il periodo successivo all’esilio

Il popolo prigioniero poté lasciare Babilonia nel 538 a.C., quando il re persiano Ciro espugnò la città. Nell’era successiva all’esilio, con il ripristino delle istituzioni e la ricostruzione del tempio, vennero nominati alla guida delle tribù i profeti Esdra e Neemia. Giuda divenne una provincia dell’impero persiano e il popolo godette di una relativa autonomia, soprattutto in materia religiosa. Proprio durante questo periodo la storia di Israele divenne la storia dell’ebraismo (vedi Ebrei ed Ebraismo). Il popolo ebraico mantenne viva la propria identità nazionale nel corso della dominazione dell’impero di Alessandro Magno (333 a.C), delle monarchie ellenistiche, durante la rivoluzione maccabea (168-165 a.C.) (vedi Maccabei) e il dominio romano in Palestina (63 a.C.). Dopo la rivoluzione fallita del 70 d.C., che provocò la distruzione di Gerusalemme, la vita mutò drammaticamente.

Tematiche teologiche dell’Antico Testamento

Le tematiche teologiche dell’Antico Testamento sono ricche, profonde e varie. Dalle Scritture non è possibile ricavare un’unica teologia perché sono il frutto dell’opera composita di molti individui e gruppi nel corso di numerosi secoli e riflettono non solo l’evoluzione del pensiero teologico, ma anche divergenze d’opinione: in più di un’occasione i profeti sfidarono le opinioni dei sacerdoti.

Il Dio di Israele

Il tema teologico più evidente dell’Antico Testamento è anche il più diffuso e il più importante: Jahve, Dio nell’Antico Testamento (vedi Dio), è il Dio di Israele, di tutta la Terra e della storia. Sarebbe tuttavia fuorviante identificare questo tema con quello del monoteismo, un termine troppo astratto per i testi considerati; in quasi tutti, tranne gli ultimi, si parla di altri dei, anche se, in ogni caso, Israele deve restare fedele a un unico Dio, ritenuto il creatore della Terra, il Signore che agisce nella storia per salvare e giudicare, onnipotente e tuttavia premuroso verso il suo popolo, che si manifesta attraverso la legge, negli eventi e attraverso i profeti e i sacerdoti.

Alleanza e legge

Altri due temi fondamentali dell’Antico Testamento, il patto e la legge, sono strettamente legati. Il patto è l’Alleanza stretta tra Jahve e Israele sul monte Sinai ed è un accordo suggellato da un giuramento. Con il patto Jahve elegge Israele popolo eletto. La formula più semplice del patto è la frase: “Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio” (Esodo 6:7). La legge sarebbe stata garantita come parte dell’Alleanza, come strumento attraverso il quale Israele sarebbe divenuto e rimasto il “popolo di Dio”. La legge regolamenta il comportamento rispetto agli altri esseri umani e le pratiche religiose, ma non offre una serie completa di prescrizioni morali. Sembra invece stabilire i limiti che il popolo non può oltrepassare senza rompere il patto.

La persona umana

L’Antico Testamento sottolinea il ruolo dell’essere umano nella comunità, importantissimo per il popolo dell’Alleanza. Nell’Antico Testamento, l’essere umano è considerato come l’unione della materia fisica e della vita e, complessivamente, come un dono di Dio; l’idea di una vita dopo la morte o della resurrezione compaiono raramente e molto tardi nel pensiero israelita. Un altro tema basilare è che Jahve è un Dio giusto che si aspetta dal suo popolo giustizia e onestà, cioè imparzialità nelle questioni umane, protezione dei deboli e creazione di istituzioni ispirate alla giustizia.

Il Nuovo Testamento

 

Il Nuovo Testamento si compone di 27 documenti scritti tra il 50 e il 150 d.C., riguardanti questioni di fede e di pratica della religione nelle comunità cristiane di tutto il mondo mediterraneo. Benché secondo alcuni questi documenti (in particolare il Vangelo di Matteo e la Lettera agli ebrei) si fondino su originali aramaici, ci sono pervenuti tutti in greco, la lingua in cui probabilmente furono composti.

Manoscritti

Esistono circa 5000 manoscritti greci, completi, parziali o frammentari, del Nuovo Testamento, e sono tutti copie di originali non pervenutici. Il più antico è probabilmente un frammento del Vangelo di Giovanni, databile intorno al 120-140. Le somiglianze tra i manoscritti sono notevoli, se si tiene conto che furono composti in momenti e luoghi differenti e che le loro origini, i metodi e i materiali di scrittura sono eterogenei. Le differenze riguardano omissioni, inserzioni, terminologia e struttura verbale. Le edizioni critiche del Nuovo Testamento greco hanno cominciato ad apparire con una certa regolarità dopo l’opera dello studioso olandese Erasmo da Rotterdam, nel XVI secolo.

Scritti precanonici

I 27 libri del Nuovo Testamento sono solo una parte della produzione letteraria delle comunità cristiane dei primi tre secoli. I principali tipi di documenti del Nuovo Testamento (vangeli, epistole, apocalissi) furono oggetto di numerose imitazioni e i nomi degli apostoli o di altre figure guida furono attribuiti a scritti che intendevano colmare il silenzio del Nuovo Testamento su alcuni temi (ad esempio, la fanciullezza e la giovinezza di Gesù) o soddisfare la sete di miracoli. In quel perido circolavano almeno cinquanta vangeli. Molti di questi scritti cristiani non canonici sono stati raccolti e pubblicati come Apocrifi del Nuovo Testamento.

Nel 1945 a Naj Hammadi, in Egitto, è stata scoperta la biblioteca di un gruppo di eretici cristiani, gli gnostici, che conteneva raccolte di documenti stilati in lingua copta, che sono state tradotte e pubblicate. L’attenzione degli studiosi si è concentrata soprattutto sul Vangelo di Tommaso che conterrebbe i detti, 114 in tutto, trasmessi privatamente da Gesù a san Tommaso, uno dei dodici apostoli.

Il canone

Non esistono documenti univoci che attestino come la Chiesa pervenne alla decisione di adottare un canone ufficiale delle scritture cristiane. Per Gesù e i suoi seguaci, la Legge, i Profeti e le Scritture ebraiche erano “Sacre Scritture”. L’interpretazione di questi scritti fu comunque orientata alla luce dell’opera, delle parole e della persona di Gesù quale lo consideravano i suoi discepoli. Gli apostoli, che custodirono le parole e gli atti di Gesù e proseguirono la sua missione, godevano di speciale autorità: venne così a formarsi una pratica cultuale fondata sulle parole del Signore (tramandate nei “vangeli”) e su quelle degli apostoli o di figure carismatiche come quella di san Paolo. Pare che i primi tentativi di stabilire un canone siano stati compiuti intorno al 150 da un cristiano eretico di nome Marcione, il cui elenco comprendeva il Vangelo secondo Luca e dieci lettere paoline manipolate in senso profondamente antiebraico. È possibile che l’opposizione a Marcione abbia accelerato gli sforzi verso la creazione di un canone universalmente accettato.

Sembra che nel 200, venti dei 27 libri del Nuovo Testamento godessero di una generale autorità, anche se esistevano preferenze locali e alcune differenze tra la Chiesa orientale e quella occidentale. La XXXIX lettera festale di sant’Anastasio, vescovo di Alessandria, inviata alle Chiese poste sotto la sua giurisdizione nel 367, pose fine a qualsiasi incertezza riguardo ai limiti del canone del Nuovo Testamento. Vi si indicano come canonici i 27 libri che costituiscono il Nuovo Testamento, benché disposti in un ordine diverso dall’attuale, che è: i quattro Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), gli Atti degli Apostoli, le Lettere di san Paolo (ai Romani, I e II ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, I e II ai Tessalonicesi, I e II a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei), le lettere di san Giacomo, di san Pietro (I e II), di san Giovanni (I, II e III), di Giuda e l’Apocalisse di san Giovanni.

Versioni antiche

Il Nuovo Testamento è stato scritto in greco. Per questo, investigando le modalità di trasmissione del testo e l’istituzione del canone, si trascurano normalmente le versioni in altre lingue, alcune delle quali più antiche dei testi greci superstiti. La rapida diffusione del cristianesimo nelle regioni in cui non si parlava il greco, richiese traduzioni in siriaco, latino, copto, gotico, armeno, georgiano, etiopico e arabo. Le versioni siriaca e latina esistevano già nel II secolo e la traduzione copta apparve nel III secolo. Queste antiche versioni non erano traduzioni ufficiali, quindi nel corso del IV e del V secolo si tentò di sostituirle con traduzioni più canoniche. Nel 382 papa Damaso I commissionò a san Gerolamo la traduzione in latino della Bibbia nota come Vulgata. Nel V secolo la Peshitta siriaca sostituì le versioni popolari siriache in uso in quel periodo.

La letteratura del Nuovo Testamento

 

Da un punto di vista letterario, i documenti del Nuovo Testamento corrispondono a quattro generi: vangelo, storia, epistola e apocalisse. Dei quattro, solo il vangelo pare rappresentare un genere letterario nato nella comunità cristiana.

I Vangeli

 

Pur avendo talvolta le sembianze delle biografie degli eroi, umani e divini, del mondo greco-romano, il Vangelo non è una biografia, ma una sequenza di descrizioni di singoli atti o sentenze. Gli autori dei Vangeli non erano meramente interessati all’ordine cronologico; la distribuzione del materiale venne anzi modificata dagli intenti teologici e dalle esigenze del lettore. È ovvio dunque aspettarsi che esistano differenze, anche se tutti sono incentrati su Gesù di Nazareth e condividono la medesima forma letteraria. Infatti, fatta salva la narrazione dell’arresto, del processo, della morte e della resurrezione di Gesù, pressoché identica in tutti e quattro, i Vangeli differiscono in alcuni dettagli importanti, prospettive ed elementi interpretativi. In questo senso, il Vangelo secondo Giovanni è il più peculiare. In esso Gesù Cristo è ritratto con più chiarezza come divino e onnisciente. Gli altri tre sono denominati “Vangeli sinottici” perché, se esaminati congiuntamente, mostrano moltissime somiglianze. L’opinione più accreditata tra gli studiosi è che Marco fu il primo a essere scritto e divenne una fonte per Matteo e Luca. È molto probabile che Matteo e Luca attingessero tanto a fonti distinte quanto a una fonte comune, opinione che si basa sul fatto che i Vangeli loro attribuiti hanno in comune una gran quantità di materiale non reperibile in Marco. Questa fonte congetturale – ma non identificata – è stata chiamata semplicemente Q o Quelle (termine tedesco per “fonte”). In un’introduzione, l’autore del Vangelo secondo Luca asserisce di aver cercato numerosi racconti su Gesù (Luca 1:1-4).

Storia

La narrazione storica è dominante negli Atti degli Apostoli, il secondo dei due volumi attribuiti a Luca. I due libri raccontano la storia di Gesù e della Chiesa in forma narrativa, incastonandola nella storia di Israele e dell’impero romano. La vicenda è presentata teologicamente, interpreta cioè l’operato di Dio. Gli Atti rappresentano un esempio unico nel Nuovo Testamento per l’uso della narrazione storica a scopo assertivo.

Epistole

Nel mondo greco-romano l’epistola o lettera era un genere letterario. San Paolo lo trovò congeniale al rapporto che aveva stabilito con le Chiese e adatto a un apostolo itinerante. La sua forma fu accettata da tutta la comunità cristiana e utilizzata dai vertici di altre Chiese e da altri scrittori. Le epistole, alcune delle quali compaiono nel Nuovo Testamento, erano veri e propri sermoni, esortazioni o trattati.

Letteratura apocalittica

Gli scritti apocalittici appaiono in tutto il Nuovo Testamento, anche se in misura maggiore nel libro dell’Apocalisse. Le apocalissi furono perlopiù scritte in periodi di gravi crisi per la comunità, epoche in cui la gente cercava sostegno oltre il presente e le risorse umane. È una letteratura fortemente visionaria, simbolica, pessimistica riguardo le condizioni del mondo e portatrice di speranza unicamente nei termini di un luogo invisibile posto oltre il visibile, e della vittoria che ha luogo oltre la storia. Pare che l’Apocalisse di Giovanni fosse stata scritta durante la persecuzione dei cristiani sotto l’imperatore romano Domiziano, che regnò dall’81 al 96 (vedi Letteratura apocalittica).

Generi letterari

All’interno di questi quattro generi letterari principali compaiono poesie, inni, formule confessionali, proverbi, storie miracolistiche, beatitudini, diatribe, parabole. In passato gli studiosi della Bibbia si concentrarono soprattutto sulla parabola, considerata per secoli un’allegoria. Dalla fine del secolo scorso, le parabole del Nuovo Testamento sono invece considerate vere similitudini, illustrazioni il cui significato poteva essere ribadito in singoli temi o proposizioni.

Più recentemente, le parabole sono assurte a dignità artistica, poiché possiedono una pregnanza e una funzione simili a quelle della poesia: non si limitano a enunciare l’argomento, ma agiscono sul lettore creando, alterando o addirittura frantumando una particolare visione della vita e della realtà.

La storia nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento non prescinde dalla realtà storica; i suoi documenti si concentrano anzi su una figura storica, Gesù di Nazareth, e denunciano i problemi incontrati dai suoi seguaci nell’impero romano. Ciò non significa però che il Nuovo Testamento sia oggetto di un interesse che si esaurisce meramente nella storia o nella cronologia.

Cenni sulla cronologia

Varie sono le difficoltà che si incontrano nella ricostruzione storica del periodo sulla base delle fonti del Nuovo Testamento. Innanzitutto, i documenti sono strutturati teologicamente e non cronologicamente. I Vangeli sono collocati all’inizio perché raccontano la storia di Gesù, ma vennero scritti tra il 70 e il 90, circa 60 anni dopo la sua morte. Anche gli Atti degli Apostoli risalgono allo stesso periodo. Le lettere di Paolo sono invece anteriori (50-60) perché vennero scritte nel periodo in cui Paolo era impegnato nell’opera missionaria. I libri rimanenti, databili tra il 90 e il 150, illustrano le condizioni della Chiesa nel periodo postapostolico. In generale, i libri non sembrano interessati alla storia come processo cronologico, e sono una raccolta di testi scritti da sostenitori della fede cristiana e conservati a scopo di culto, preghiera e insegnamento. Gli studiosi sono però arrivati a concordare una cronologia approssimativa: i principali punti di riferimento sono forniti da Luca e dagli Atti. Nel Vangelo di Luca si dichiara che Gesù cominciò la sua missione nel XV anno dell’impero di Tiberio (Luca 3:1) e cioè nel 28-29. Secondo tutti e quattro i Vangeli Gesù fu crocifisso quando Ponzio Pilato era governatore di Giudea (26-36). La missione di Gesù si protrasse dal 29 al 30, per chi sostiene che durò un anno, o dal 29 al 33, per chi sostiene che durò tre o quattro anni.

I racconti dell’infanzia

Si sa ben poco di Gesù prima della sua missione pubblica. Era di Nazareth di Galilea, benché sia Luca che Matteo sostengano che nacque a Betlemme di Giudea, patria ancestrale di re Davide. Solo i Vangeli di Luca e di Matteo contengono storie sulla nascita e l’infanzia di Cristo, e differiscono in molti dettagli.

Gli apostoli e la Chiesa delle origini

Dopo la missione di Gesù descritta nei quattro Vangeli, l’iniziativa religiosa passò sotto la guida di dodici uomini da lui scelti come apostoli, tre dei quali vengono menzionati come coloro che proseguirono la missione: Giacomo, ucciso da Erode Agrippa I poco prima del 44, anno in cui lo stesso Erode morì; Giovanni, suo fratello, che pare abbia vissuto a lungo (Giovanni 21:20-24); Pietro, che oltre a essere annoverato tra i primi capi della Chiesa di Gerusalemme compì anche molti viaggi missionari e, secondo la tradizione, fu martirizzato a Roma sotto Nerone. Oltre a questi tre, Giacomo, detto il “fratello di Gesù”, godeva di grande importanza nella Chiesa di Gerusalemme. Negli Atti degli Apostoli grande attenzione è dedicata a Paolo, un ebreo di Tarso che si convertì al cristianesimo vicino a Damasco, intorno al 33-35. Dopo quattordici anni, Paolo cominciò a scrivere le sue lettere e a viaggiare come missionario in Siria, Galazia, Asia Minore, Macedonia, Grecia. Sembra che sia morto a Roma durante le persecuzioni contro i cristiani volute da Nerone.

I restanti libri del Nuovo Testamento forniscono scarse informazioni storiche e nessun elemento per una datazione precisa e sembrano essere stati scritti per una seconda o terza generazione della comunità. I primi seguaci di Gesù sono ormai morti, gli antichi entusiasmi e le aspettative di un ritorno finale di Cristo per porre fine alla storia sono svaniti e l’esigenza di conservare, proteggere e istituzionalizzare risulta evidente (vedi Escatologia).

Principali temi del Nuovo Testamento

Come già nell’Antico Testamento, il Nuovo Testamento presenta una straordinaria ricchezza e varietà di temi teologici: tra i soggetti principali del discorso neotestamentario trovano ovviamente spazio di grande rilievo quelli relativi alle persone della Trinità e alle direttive morali del cristiano.

Dio

La continuità fra il Nuovo e l’Antico Testamento è rappresentata innanzitutto dagli insegnamenti riguardanti Dio. Il Dio del Nuovo Testamento crea la vita e regge l’universo. Quest’unico Dio, origine e fine di tutte le cose, va incontro con amore all’umanità intera, trattando con giustizia e misericordia chi lo accoglie, giudicando e perdonando. Le parole, le azioni e la persona stessa di Gesù dovevano condurre i seguaci alla presenza del Signore.

Gesù

Il Nuovo Testamento presenta Gesù attraverso appellativi, descrizioni della sua persona e resoconti sulle sue parole e azioni. Nel contesto ebraico, l’Antico Testamento offre espressioni e immagini che gli scrittori del Nuovo utilizzeranno per esprimere cosa significasse Gesù Cristo per i suoi discepoli (per la comprensione ideologica della sua figura, vedi Cristologia). La cultura ellenistica fornì altre immagini: un essere divino preesistente che era sceso sulla Terra, aveva compiuto la sua opera ed era tornato alla gloria dei cieli; l’eterno mediatore della creazione e della redenzione, la figura cosmica che raccoglie intorno a sé tutta la creazione in un unico corpo armonioso. I Vangeli presentano Gesù come presenza di Dio sulla Terra. Le sue parole rivelano Dio, le sue azioni dimostrano il potere salvifico di Dio che conferisce integrità fisica, mentale e spirituale; i suoi patimenti e la sua morte testimoniano dell’amore incondizionato di Dio; la sua resurrezione è il segno che Dio approva la vita, la morte e il messaggio di Gesù. San Pietro e altri introdussero la nozione della morte di Gesù come sacrificio ed espiazione del peccato e della sua resurrezione come garanzia della resurrezione dei suoi discepoli. Documenti scritti durante le persecuzioni (I lettera di Pietro, Apocalisse) interpretavano il patimento di Gesù come il modello per i cristiani nell’ora del martirio.

Spirito Santo

 

Alcuni profeti di Israele avevano descritto gli “ultimi giorni” come l’epoca in cui Dio avrebbe riversato il suo spirito sull’umanità intera. Il Nuovo Testamento afferma che la promessa è stata adempiuta all’epoca di Gesù. Il termine “Spirito di Dio” è usato in tutto il Nuovo Testamento; viene anche chiamato Spirito, Spirito Santo, Consolatore, Spirito di Cristo o Spirito di Carità (vedi Trinità). Lo Spirito conferì autorità a Gesù e permise alla Chiesa di continuare sulla traccia del suo insegnamento. Nel singolo discepolo, infondeva le qualità adatte a quella vita e lo addestrava a operare e a servire per il bene della comunità. La categoria teologica dello “Spirito” fu soggetta a una vasta gamma di interpretazioni e risultò problematica nelle discussioni teologiche di molte chiese. Il Nuovo Testamento riflette lo sforzo di rinvenire criteri chiari per determinare se una comunità o una persona fossero realmente influenzati dallo Spirito Santo.

Il regno di Dio

Secondo il Nuovo Testamento, il messaggio centrale di Gesù era l’annuncio del regno di Dio. Egli chiedeva di pentirsi in vista del regno che sarebbe presto venuto. Si è discusso se Gesù e i credenti in lui si aspettassero che il regno di Dio si realizzasse nella nuova generazione.

Salvezza

Il regno di Dio non è sopravvissuto come argomento teologico centrale del messaggio ecclesiastico. Secondo il Nuovo Testamento, la Chiesa non si identificava con il regno e cominciò a predicare la salvezza, riferendosi con ciò al rapporto riconciliato del singolo con Dio e alla partecipazione a una comunità riconciliata e riconciliante. In questo senso, la salvezza era una realtà che sarebbe giunta a compimento in una pienezza di vita posta oltre la violenza, la finitezza e la mortalità di questo mondo. Paolo credeva che, a compimento dello scopo ultimo di Dio, la salvezza si sarebbe diffusa cosmicamente e anche le forze malefiche, che secondo il Nuovo Testamento abitano il cielo, la terra e gli inferi, sarebbero entrate in armonia con il piano benefico del Signore. Questa visione è differente rispetto a quella dell’Apocalisse, in cui i buoni saranno premiati e i cattivi puniti.

Etica

In attesa della venuta del regno di Dio, i fedeli in Cristo devono dimostrare mediante il proprio comportamento che si sono riconciliati con il Signore. Questa norma del Nuovo Testamento è un’eredità dell’Antico. La Legge, i Profeti e le Scritture hanno insistito sull’inseparabile rapporto tra credo religioso e comportamento morale ed etico (vedi Etica), e il Nuovo Testamento lo ha ribadito, fornendo insegnamenti riguardanti questa vita non solo sul piano spirituale e sul rapporto con Dio, ma nelle relazioni sociali. Sono norme tratte dall’Antico Testamento, dalle parole e dall’esempio di Gesù, dai dettami apostolici, ma anche dalle leggi della natura, dai compiti domestici e dagli ideali di alcune correnti del pensiero classico.